Traduzioni telematiche a cura di
     Rosaria Biondi, Nadia Ponti, Giulio Cacciotti, Vincenzo Guagliardo
     (Casa di reclusione - Opera)




     Fëdor Dostoevskij.
     IL SOSIA.
     Poema pietroburghese.






     INDICE.

     Capitolo 1:  pagina 3.
     Capitolo 2:  pagina 15.
     Capitolo 3:  pagina 33.
     Capitolo 4:  pagina 48.
     Capitolo 5:  pagina 72.
     Capitolo 6:  pagina 87.
     Capitolo 7:  pagina 110.
     Capitolo 8:  pagina 127.
     Capitolo 9:  pagina 152.
     Capitolo 10: pagina 187.
     Capitolo 11: pagina 225.
     Capitolo 12: pagina 245.
     Capitolo 13: pagina 267.







     1.

     Mancava poco alle otto del mattino quando il consigliere  titolare
     Jakòv  Petrovic' Goljadkin si svegliò da un lungo sonno,  fece uno
     sbadiglio,  si stiracchiò e aprì finalmente del tutto  gli  occhi.
     Per due minuti,  però,  rimase disteso immobile nel suo letto come
     un uomo non completamente certo di essere  sveglio  o  di  dormire
     ancora  e  se  tutto  ciò  che gli capita intorno sia realtà o non
     piuttosto la continuazione di un fantastico sogno. Ma ben presto i
     sensi del signor Goljadkin ripresero a cogliere,  più chiare e più
     precise,  le consuete,  abituali impressioni. Le affumicate pareti
     verde sporco della sua stanzetta lo guardarono  familiarmente,  il
     comò di mogano, le sedie finto mogano, la tavola dipinta di rosso,
     il  divano  alla turca d'incerata rossa a fiorellini verdognoli e,
     ancora,  il vestito di cui in gran fretta si era liberato la  sera
     prima e che aveva buttato malamente sul divano.  Infine una grigia
     giornata autunnale,  cupa e sporca,  fece  capolino  nella  stanza
     attraverso  i  vetri  appannati  della  finestra  con un'aria così
     stizzita e una smorfia così acida che il signor Goljadkin non poté
     più avere nessun dubbio di trovarsi non  in  un  qualche  favoloso
     reame  dall'altra  parte  del  mondo,   ma  a  Pietroburgo,  nella
     capitale,  in via delle Sei Botteghe,  nel suo  appartamentino  al
     quarto  piano  di  un grande palazzo.  Fatta una simile importante
     scoperta,  Goljadkin chiuse  freneticamente  gli  occhi,  quasi  a
     rimpiangere  il  sogno  di  poco  prima  e  a  desiderare di farlo
     ritornare, almeno per un momento. Ma un attimo dopo saltò di colpo
     giù dal letto,  colpito finalmente dall'idea intorno alla quale si
     erano  andati  aggirando  fino  a  quel  momento  i suoi distratti
     pensieri non ancora irreggimentati  in  un  ordine  ben  definito.
     Appena  sceso  dal letto,  corse verso un piccolo specchio rotondo
     che stava sul comò. Benché la figura assonnata, dalla vista debole
     e dalla incipiente calvizie,  riflessa nello specchio  fosse  così
     insignificante  da non attirare l'attenzione di nessuno,  tuttavia
     era chiaro che il suo proprietario era rimasto soddisfattissimo di
     tutto quello che aveva visto nello specchio.  "Sarebbe davvero  un
     bell'affare"  disse  a  mezza voce Goljadkin,  "sarebbe davvero un
     bell'affare se  proprio  oggi  non  fossi  in  piena  regola,  se,
     mettiamo,  mi fosse spuntata qualche novità,  come per esempio una
     bel foruncolo  assolutamente  inopportuno,  o  mi  fosse  capitato
     qualche  altro guaio;  del resto,  per ora non c'è niente da dire,
     per ora va tutto bene." Molto rallegrato che tutto andasse per  il
     meglio, Goljadkin rimise lo specchio dov'era e, nonostante fosse a
     piedi  nudi  e  portasse ancora indosso gli indumenti coi quali di
     solito si metteva a letto,  corse a  una  finestra  e  con  grande
     interesse  si  mise  a cercare con lo sguardo qualcosa nel cortile
     della  casa,   sul  quale  si  aprivano  le   finestre   del   suo
     appartamento.  Era  evidente  che anche ciò che vide in cortile lo
     aveva accontentato,  poiché il suo volto si illuminò di un sorriso
     di  soddisfazione.  Poi,  dopo  aver  dato  un'occhiata  dietro il
     tramezzo nel  bugigattolo  del  suo  cameriere  Petruska  e  avere
     constatato  che Petruska non c'era,  si avvicinò in punta di piedi
     al tavolo,  aprì un cassetto,  si mise  a  frugare  in  un  angolo
     proprio  in  fondo  e finalmente tirò fuori da sotto un mucchio di
     vecchie carte  ingiallite  e  di  certe  cianfrusaglie  un  logoro
     portafogli  verdastro;  lo  aprì prudentemente e gettò uno sguardo
     tenero e compiaciuto nel suo scomparto più interno e più nascosto.
     E' probabile che anche quel mucchietto  di  biglietti  verdognoli,
     grigiasti,  azzurrognoli,  rossicci e variamente screziati dovette
     guardare Goljadkin  in  modo  molto  affettuoso  e  complice:  con
     un'espressione  radiosa mise sul tavolo davanti a sé il portafogli
     aperto  e,  in  segno  di  grande  soddisfazione,   si  stropicciò
     vigorosamente le mani.  Infine lo tirò fuori, quel suo confortante
     mucchietto di assegni governativi,  e per la  centesima  volta,  a
     partire  anche  soltanto  dal  giorno  prima,  si  mise a contarli
     facendoli scorrere con grande attenzione, uno dopo l'altro, tra il
     pollice e l'indice.
     "Settecentocinquanta rubli di assegnati!" concluse,  quasi  in  un
     bisbiglio. "Settecentocinquanta rubli... è una bella somma! E' una
     somma  che  fa piacere" proseguì con voce tremante,  diventata più
     flebile per la gioia,  stringendo  il  pacchetto  tra  le  mani  e
     sorridendo  in  modo  significativo,  "è  una somma che fa davvero
     piacere!  Piacere a  chiunque!  Vorrei  tanto  vedere  adesso  una
     persona  per  la  quale  questa  somma  fosse  veramente una somma
     insignificante! Una simile somma può portarlo lontano, un uomo...
     Ma che  vuol  dire  questo?"  pensò  Goljadkin.  "Dove  diavolo  è
     Petruska?".  Sempre ancora con indosso gli stessi indumenti, diede
     di nuovo  un'occhiata  dietro  al  tramezzo.  Petruska  non  c'era
     nemmeno adesso; c'era invece un samovàr, posato sul pavimento, che
     si  arrabbiava,  si  riscaldava,  andava fuori di sé,  minacciando
     continuamente di sbollire,  e fischiava in fretta e calorosamente,
     come se nel suo complicato linguaggio,  biascicando e balbettando,
     volesse dire non  so  che  cosa  al  signor  Goljadkin;  con  ogni
     probabilità  questo:  prendetemi,   brava  gente,  io  sono  stato
     puntuale e sono perfettamente pronto.
     "Che il diavolo se lo porti!" pensò Goljadkin. "Quel pigrone di un
     animale riesce,  alla fine,  a fare perdere le staffe a  un  uomo;
     dove  si sarà mai ficcato?".  Pieno di legittima indignazione uscì
     nell'anticamera, formata da un piccolo corridoio in fondo al quale
     si trovava la porta che dava sull'ingresso,  la aprì un po' e vide
     il suo servitore,  attorniato da un buon numero  di lacchè di ogni
     tipo,   di  donnette  di  casa  e  di  estranei.   Petruska  stava
     raccontando  qualcosa  e  gli altri ascoltavano.  Evidentemente né
     l'argomento  del  discorso  né  il  discorso  stesso  piacquero  a
     Goljadkin.  Urlò  a  Petruska  e  tornò  in camera sua scontento e
     addirittura turbato. "Quell'animale è pronto a vendere un uomo per
     un soldo,  e tanto più se si tratta del suo padrone" pensò,  "e mi
     ha venduto,  certamente mi ha venduto,  sono pronto a scommetterlo
     che mi ha venduto per meno di un copeco. Be', che c'è?"
     "Hanno portato la livrea, signore."
     "Mettitela e vieni qui."
     Indossata la  livrea,  Petruska,  sorridendo  stupidamente,  entrò
     nella  camera  del padrone.  Era combinato in un modo strano oltre
     ogni limite.  Aveva indosso una  livrea  verde  molto  usata,  con
     galloni  d'oro  sfilacciati,  cucita  evidentemente per un uomo di
     statura  superiore  di  ottanta  centimetri  almeno  a  quella  di
     Petruska.  Teneva  in  mano  il cappello,  anch'esso con galloni e
     penne verdi e sulla pancia aveva lo spadino da lacchè in un fodero
     di cuoio. E, alla fine, tanto per completare il quadro,  Petruska,
     seguendo la sua abitudine preferita di essere sempre in disordine,
     alla buona,  era anche ora a piedi nudi. Goljadkin guardò Petruska
     dalla testa ai piedi e fu evidentemente soddisfatto. La livrea, si
     vedeva,  era stata presa a nolo per qualche solenne occasione.  Si
     poteva  anche notare che durante l'ispezione Petruska osservava il
     padrone con una certa  aria  di  attesa  e  seguiva  con  insolita
     curiosità  ogni  suo  gesto,  il  che turbava tantissimo il signor
     Goljadkin.
     "Be', e la carrozza?"
     "Anche la carrozza è arrivata."
     "Per tutta la giornata?"
     "Sì, per tutta la giornata. Venticinque rubli in assegnati."
     "E gli stivali li hanno portati?"
     "Anche quelli, sì."
     "Imbecille! non puoi dire: sissignore,  li hanno portati?  Dammeli
     qui."
     Dopo  aver  espresso  la  sua soddisfazione perché gli stivali gli
     andavano a pennello,  Goljadkin chiese il tè e il  necessario  per
     lavarsi  e  per radersi.  Si rase con molta cura e con altrettanta
     cura si lavò,  bevve il tè a grandi sorsate,  e si dedicò alla sua
     importante  e  definitiva vestizione: indossò un paio di pantaloni
     quasi nuovi,  poi una pettorina  con  dei  piccoli  bottoncini  di
     bronzo,  un  panciotto  a  fiorellini  vivaci e graziosissimi;  si
     annodò al collo una cravatta di seta a colori e, infine, si infilò
     una giacca da divisa,  anch'essa nuova e accuratamente spazzolata.
     Mentre  stava  vestendosi  guardò parecchie volte con amore i suoi
     stivali,  sollevò alternativamente ora un piede  ora  l'altro,  ne
     ammirò  la  forma  e  continuò  a borbottare qualcosa tra i denti,
     ammiccando di tanto in tanto con una smorfietta significativa a un
     certo  suo  pensierino.   Quella  mattina,   poi,   Goljadkin  era
     incredibilmente  distratto,  poiché  non  si accorgeva nemmeno dei
     sorrisi e delle smorfiette  che  faceva  Petruska  verso  di  lui,
     mentre lo aiutava a vestirsi. Finalmente, fatte tutte le formalità
     necessarie  e vestitosi di tutto punto,  Goljadkin rimise in tasca
     il portafogli,  ammirò definitivamente Petruska che si  era  messo
     gli  stivali  e  che così era anche lui in perfetto assetto;  dopo
     aver considerato che ormai tutto era fatto e  che  non  c'era  più
     motivo  per  aspettare  ancora,  in fretta e tutto affaccendato si
     precipitò giù dalle scale  non  senza  un  leggero  palpitare  del
     cuore.  Una  carrozza  da  nolo azzurra,  con non so quali stemmi,
     rotolò  con  fracasso  verso  la  scaletta  d'ingresso.  Petruska,
     scambiando   strizzatine   d'occhi  col  vetturino  e  con  alcuni
     sfaccendati che erano lì intorno,  fece sedere il suo  signore  in
     carrozza;  con  voce insolita e trattenendo a fatica le risate più
     sguaiate,  gridò "avanti!",  saltò  sul  seggiolino  posteriore  e
     finalmente il tutto,  rumoreggiando e strepitando, tra tintinnii e
     scricchiolii, rotolò verso il Nevskij Prospèkt.
     L'azzurro equipaggio aveva appena fatto  in  tempo  a  uscire  dal
     portone  che  Goljadkin  si  strpicciò  convulsamente  le  mani  e
     proruppe in una risata sommessa e silenziosa,  proprio  come  chi,
     per gaiezza di carattere, sia riuscito a giocare a qualcuno un bel
     tiro del quale lui stesso si compiace all'infinito.  Però,  subito
     dopo quell'esplosione di allegria,  il riso si trasformò sul volto
     di Goljadkin in una strana espressione preoccupata.  Nonostante il
     tempo fosse umido e minaccioso aprì tutti e due i finestrini della
     carrozza e cominciò con aria inquieta a  osservare  i  passanti  a
     destra e a sinistra, assumendo un'aria seria e grave non appena si
     accorgeva  che  qualcuno lo guardava.  Alla curva dal Litéjnij sul
     Nevskij Prospèkt,  a causa di una spiacevolissima sensazione  ebbe
     un  sussulto  e,  assumenndo  un'espressione  come  quella  di  un
     poveraccio al quale abbiano inavvertitamente pestato un callo,  si
     strinse in fretta e quasi con una certa paura nell'angolo più buio
     della  carrozza.  Era  successo  che  aveva  incontrato  due  suoi
     colleghi,  due giovani impiegati di quel ministero nel  quale  lui
     stesso era in servizio.  Anche i due funzionari, così era parso al
     signor Goljadkin, erano,  per conto loro,  in grande imbarazzo per
     essersi  incrociati in quel modo col collega;  uno dei due,  anzi,
     aveva  perfino  indicato  col  dito  Goljadkin.  A  Goljadkin  era
     sembrato  anche  che  l'altro  lo avesse chiamato ad alta voce per
     nome,  il che,  si sa,  era,  per strada,  assai sconveniente.  Il
     nostro  eroe  si  era stretto nel suo angolo e non aveva risposto.
     "Che razza di ragazzacci!" cominciò a ragionare tra sé.  "Insomma,
     che c'è poi di tanto strano?  Una persona in carrozza! Una persona
     aveva bisogno di andare in  carrozza  e  ecco  che  ha  preso  una
     carrozza.  Canaglie, semplicemente! Io li conosco: veri ragazzacci
     che avrebbero bisogno di frustate!  Vorrebbero soltanto giocare  a
     testa  e  croce  con  lo  stipendio e bighellonare di qua e di là;
     questa è proprio una cosa da loro.  Avrei dovuto dirgli  qualcosa,
     solo  che..."  Goljadkin non completò il suo ragionamento e rimase
     di stucco.  Un'agile pariglia  di  cavallini  di  Kazan,  che  lui
     conosceva bene, attaccata a un elegante calesse, stava sorpassando
     rapidamente dal lato destro la sua carrozza. Il signore che sedeva
     nel  calesse,  avendo  visto  per  caso la faccia di Goljadkin che
     abbastanza imprudentemente sporgeva dal finestrino della carrozza,
     sembrava essere rimasto anche lui molto meravigliato per un simile
     inatteso  incontro  e,   piegandosi  il  più   possibile,   lanciò
     un'occhiata  carica  di curiosità e di interesse nell'angolo della
     carrozza in cui il nostro eroe si  era  affrettato  a  cercare  di
     appiattirsi.   Il  signore  in  calesse  era  Andréj  Filìppovic',
     caposezione in quella stessa amministrazione di cui  faceva  parte
     anche Goljadkin in qualità di aiuto del suo capufficio. Goljadkin,
     visto che Andréj Filìppovic' lo aveva perfettamente riconosciuto e
     lo  guardava  con  tanto  d'occhi,  e  che  nascondersi  era ormai
     impossibile, arrossì fino alle orecchie.  "Salutare con un inchino
     o  no?  Richiamare  la  sua attenzione o no?  Far capire di essere
     stato  riconosciuto  o  no?"  pensava  il  nostro   eroe   in   un
     indescrivibile stato di angoscia. "Oppure fare il finto tonto come
     se non fossi io ma un altro che mi somiglia in modo sorprendente e
     guardarlo come se niente fosse?"
     "E  veramente  non  sono  io,  non  sono  io  e basta!" borbottava
     Goljadkin,  levandosi il cappello davanti a Andréj  Filìppovic'  e
     senza togliergli gli occhi di dosso.
     "Io   non  ho  niente  a  che  fare"  continuava  faticosamente  a
     borbottare,  "non c'entro proprio niente,  non sono io,  e basta!"
     Ben  presto,  però,  il  calesse superò la carrozza e il magnetico
     sguardo del superiore scomparve.
     Nonostante  questo,   arrossiva  ancora,   sorrideva,   rimuginava
     qualcosa tra sé e sé...  "Sono stato un imbecille a non richiamare
     la sua attenzione" pensò infine; "sarebbe bastato semplicemente un
     gesto condito con  un po' di audacia e di franchezza non priva  di
     nobiltà:  'Sicuro,  Andréj  Filìppovic',  le  cose  stanno  così e
     così...   sono  anch'io  invitato  al  pranzo',   e  basta!"  Poi,
     ripensando  all'improvviso  di avere agito in maniera riprovevole,
     il  nostro  eroe  si  fece  rosso  come  il  fuoco,   aggrottò  le
     sopracciglia  e lanciò un terribile sguardo provocante nell'angolo
     più nascosto della carrozza,  uno sguardo destinato a  ridurre  in
     cenere,  in un colpo solo,  tutti i suoi nemici. Infine, di botto,
     chissà come ispirato,  tirò il cordone  collegato  al  gomito  del
     vetturino-cocchiere,  fermò  la carrozza e diede ordine di tornare
     indietro  nella  Litéjnaja.   Era  successo  che   aveva   sentito
     l'inderogabile   impulso,   probabilmente   per  sua  tranquillità
     personale,  di andare a dire al suo dottore,  Krestjàn  Ivànovic',
     qualcosa di estremamente interessante.  E,  anche se non conosceva
     Krestjàn Ivànovic' che da pochissimo tempo,  in quanto  gli  aveva
     fatto  giusto giusto una sola visita la settimana precedente,  per
     motivi suoi personali,  tuttavia il dottore,  si dice,  è come  un
     confessore:   sarebbe   stupido   nascondergli   qualcosa  e  poi,
     d'altrondee, è suo dovere conoscere bene il paziente.
     "Andrà poi bene tutto questo?" continuò il nostro eroe,  scendendo
     dalla  carrozza  davanti  all'ingresso  di una casa a cinque piani
     sulla Litéjnaja,  di  fronte  alla  quale  aveva  dato  ordine  di
     fermare. "Andrà bene? Sarà conveniente? Sarà opportuno? Del resto,
     che  cosa  c'è"  proseguiva,  mentre saliva le scale,  riprendendo
     fiato  e  reprimendo  i  battiti  di  quel  suo  cuore  che  aveva
     l'abitudine  di  battere forte sulle scale degli altri,  "che cosa
     c'è? io vengo per fatti miei e di sconveniente qui non c'è proprio
     niente...  Nascondersi  sarebbe  sciocco.  Io,  ecco,  farò  cosi:
     fingerò di non volere niente,  ma di essere passato così, come per
     caso... Sarà lui a vedere che cosa si dovrà fare."
     Rimuginando così tra sé e sé Goljadkin salì fino al secondo  piano
     e si fermò davanti all'appartamento numero cinque, sulla cui porta
     era affissa una bella placca di rame con la scritta:
     KRESTJAN IVANOVIC' RUTENSPITZ DOTTORE IN MEDICINA E CHIRURGIA.
     Fermatosi,  il  nostro eroe si affrettò a dare alla sua fisionomia
     un aspetto  corretto,  disinvolto,  non  senza  una  sfumatura  di
     affabilità, e si preparò a tirare il cordone del campanello. Stava
     lì  lì per farlo quando,  immediatamente e abbastanza a proposito,
     rifletté se non fosse più opportuno, dal momento che non c'era una
     grande necessità, aspettare l'indomani. Ma,  appena Goljadkin ebbe
     sentito  i  passi  di  qualcuno  che  saliva  le  scale,  di colpo
     abbandonò il nuovo proponimento, e con l'aria più decisa possibile
     suonò alla porta di Krestiàn Ivànovic'.




     2.

     Il dottore in medicina e chirurgia, Krestjàn Ivànovic' Rutenspitz,
     un tipo di uomo molto robusto benché  già  anzianotto,  con  folte
     sopracciglia   e   basette   brizzolate,   sguardo   espressivo  e
     scintillante col quale - e solo con quello, era chiaro - scacciava
     tutte  le  malattie,  e,   infine,   adornato  di  una  importante
     decorazione,  si trovava quel mattino nel suo studio, seduto nella
     sua accogliente poltrona, intento a sorbire il caffè portatogli da
     sua moglie in persona e a fumare un sigaro,  mentre  di  tanto  in
     tanto  scriveva ricette per i suoi pazienti.  Dopo aver prescritto
     l'ultima  boccettina  a  un  vecchietto  affetto  da  emorroidi  e
     accompagnato  a  una  porta  secondaria  il vecchietto sofferente,
     Krestjàn Ivànovic' si rimise  a  sedere  in  attesa  della  visita
     successiva. Entrò Goljadkin.
     A  quanto pareva,  Krestjàn Ivànovic' non aspettava per niente,  e
     tantomeno desiderava, vedersi davanti Goljadkin, perché rimase per
     un  momento  turbato  e  involontariamente  il  suo   viso   prese
     un'espressione  strana e,  direi anzi,  malcontenta.  Poiché,  dal
     canto suo,  e quasi sempre  a  sproposito,  Goljadkin  si  perdeva
     d'animo  e si smarriva quando gli succedeva di avvicinare qualcuno
     per i suoi piccoli affari privati, così anche in quel momento, non
     avendo preparato la prima frase che in casi simili costituiva  per
     lui lo scoglio principale,  si confuse parecchio, borbottò qualche
     parola - di scusa,  con ogni probabilità - e,  non sapendo poi che
     fare,  prese  una  sedia  e si mise a sedere.  Ma,  ricordatosi di
     essersi  accomodato  senza  invito,  capì  la  scorrettezza  e  si
     affrettò  a  riparare  al  suo errore di ignoranza del mondo e del
     "bon ton" alzandosi  immediatamente  dalla  sedia  occupata  senza
     invito.  Quindi,  ripresosi  e  confusamente  accortosi  di  avere
     commesso due sciocchezze in una, si decise,  senza metter tempo in
     mezzo,  a farne una terza: tentò di giustificarsi, borbottò chissà
     che sorridendo, arrossì, si confuse,  tacque in modo espressivo e,
     finalmente,  si  rimise  a sedere in modo definitivo e non si alzò
     più;  solo,  per qualsiasi evenienza,  preparò  quel  suo  sguardo
     provocante  che  aveva  la  non  comune  forza  di  incenerire col
     pensiero e sbaragliare tutti i nemici del signor Goljadkin.  Oltre
     a ciò,  quello sguardo rivelava in pieno l'indipendenza del signor
     Goljadkin,  diceva cioè chiaramente che il  signor  Goljadkin  non
     aveva niente a che farci,  che lui era come tutti gli altri e che,
     in ogni caso, viveva per conto suo.
     Krestjàn Ivànovic' tossì,  si schiarì  la  gola  evidentemente  in
     segno  di  approvazione  e  di  consenso  e fissò su Goljadkin uno
     sguardo indagatore e interrogativo.
     "Io,  Krestjàn Ivànovic'" prese a dire Goljadkin con  un  sorriso,
     "sono venuto a infastidirvi per la seconda volta;  oso chiedere la
     vostra indulgenza..." Goljadkin era, evidentemente,  in difficoltà
     a trovare le parole.
     "Ehm...  sì" disse Krestjàn Ivànovic',  lanciando con la bocca una
     spirale di fumo  e  posando  il  sigaro  sul  tavolo,  "ma  dovete
     attenervi alle prescrizioni; vi ho già spiegato che la vostra cura
     consiste  in un cambiamento di abitudini...  Distrazioni,  dunque;
     bisogna fare visita a amici e conoscenti e nello stesso tempo  non
     essere  nemico  della  bottiglia  e godere regolarmente di allegre
     compagnie..."
     Goljadkin,  sempre sorridendo,  si affrettò a far notare che a lui
     sembrava di essere come tutti, che stava in casa, che aveva svaghi
     come  tutti  gli  altri...   che  naturalmente  anche  lui  poteva
     frequentare i teatri come  tutti  gli  altri,  poiché  non  gliene
     mancavano i mezzi,  che di giorno era in servizio ma la sera se ne
     stava in casa, che non faceva assolutamente niente che non andasse
     bene; non mancò anche di far notare, cosi di sfuggita, che lui,  a
     quanto  gli pareva,  non era peggiore degli altri,  che viveva nel
     suo appartamentino e che, infine, c'era con lui Petruska. A questo
     punto Goljadkin si bloccò.
     "Già... ma questo genere di vita non va... non è questo che volevo
     chiedervi.  Io desidero sapere,  così in generale,  se siete molto
     amante  delle  compagnie  allegre,  se trascorrete allegramente il
     tempo...  Insomma,  il vostro regime attuale di vita  è  triste  o
     allegro?"
     "Io... Krestjàn Ivànovic'..."
     "Già...  io  vi dico" lo interruppe il dottore,  "che è necessaria
     una radicale trasformazione della  vostra  vita  e,  in  un  certo
     senso,  di  fare  violenza al vostro carattere (Krestjàn Ivànovic'
     accentuò con forza le parole 'far violenza' e si fermò un  momento
     con  aria  assai  significativa).  Non  evitare  la  vita allegra;
     frequentare gli spettacoli e il club e in  ogni  caso  non  essere
     nemico della bottiglia.  Non vi fa bene restarvene in casa...  no,
     non ci dovete assolutamente stare."
     "Io,  Krestjàn Ivànovic',  amo  il  silenzio"  riprese  Goljadkin,
     lanciando  uno  sguardo  significativo su Krestjàn Ivànovic' e con
     evidente faticosa ricerca delle parole per esprimere nel modo  più
     chiaro  il  suo  pensiero;   "in  casa  ci  siamo  soltanto  io  e
     Petruska... voglio dire, il mio servo, Krestjàn Ivànovic',  che io
     vado per la mia strada,  una strada tutta mia, Krestjàn Ivànovic'.
     Io me ne sto in disparte,  e a quanto mi sembra,  non  dipendo  da
     nessuno.   Io,   Krestjàn  Ivànovic',  esco  anche  per  andare  a
     passeggio."
     "Come?...  Già!  Ma andare a  passeggio  in  questo  periodo,  non
     rappresenta certo un piacere; il clima è pessimo."
     "Sissignore,  Krestjàn Ivànovic'. Anche se io, Krestjàn Ivànovic',
     sono un individuo tranquillo,  come mi pare  di  avere  già  avuto
     l'onore  di  spiegarvi,  la  mia  strada  procede  per  conto suo,
     Krestjàn Ivànovic'.  La strada della vita è ampia...  Io voglio...
     io  voglio,  Krestjàn  Ivànovic',  dire  con questo...  Scusatemi,
     Krestjàn Ivànovic'...  non sono davvero esperto nel bel parlare  e
     di eloquenza."
     "Già... Voi dite..."
     "Dico che mi dovete scusare, Krestjàn Ivànovic', del fatto che io,
     a  quanto  mi  sembra,  non  sono un maestro di eloquenza" ribatté
     Goljadkin, in tono offeso, perdendo il filo e balbettando.  "Sotto
     questo  punto di vista io,  Krestjàn Ivànovic',  non sono come gli
     altri" aggiunse con un sorriso particolare;  "io  non  so  parlare
     molto,  non  ho  imparato  l'arte  di  abbellire le parole.  Ma in
     compenso,  Krestjàn Ivànovic',  io  agisco;  in  compenso  agisco,
     Krestjàn Ivànovic'!"
     "Già... Dunque... voi agite?" ripeté Krestjàn Ivànovic'. Poi segui
     un minuto di silenzio.  Il dottore rivolse a Goljadkin un'occhiata
     strana, sospettosa. Goljadkin, dal canto suo, guardò il dottore di
     sbieco, anche lui in maniera alquanto sospettosa.
     "Io,  Krestjàn Ivànovic'" riprese a dire Goljadkin sempre con quel
     tono  un  po' irritato e interdetto per l'eccessiva ostinazione di
     Krestjàn  Ivànovic',   "io,   Krestjàn  Ivànovic',   io   amo   la
     tranquillità e non il rumore mondano.  Là da loro, nel gran mondo,
     intendo, bisogna saper lucidare i pavimenti con gli stivali...  (a
     questo  punto  Goljadkin  strisciò  appena  appena  un  piede  sul
     pavimento) là pretendono questo, signor mio, e pretendono anche le
     freddure...  bisogna sapere improvvisare un complimento fiorito...
     ecco ciò che là pretendono.  Ma io tutto questo non l'ho imparato,
     Krestjàn Ivànovic',  tutte queste astuzie non le ho imparate:  non
     ne ho avuto il tempo. Io sono un uomo semplice, senza pretese e in
     me non c'è splendore esterno.  In questo,  Krestjàn Ivànovic',  io
     sono disarmato;  io,  parlando in questo senso,  depongo le armi."
     Tutto ciò Goljadkin lo disse, si capisce, con un'aria che lasciava
     chiaramente  intendere  che  il  nostro  eroe  non  era per niente
     rammaricato di deporre,  in questo senso,  le armi e di non  avere
     imparato  le  astuzie,  ma,  anzi,  che  era  tutto  il contrario.
     Krestjàn Ivànovic',  nell'ascoltarlo,  aveva lo sguardo basso e il
     viso  era  atteggiato  a  una  antipaticissima smorfia come se già
     presagisse qualcosa.  Alla tirata di Goljadkin seguì  un  silenzio
     abbastanza lungo e significativo.
     "Voi,   direi,   avete   un  po'  deviato  dall'argomento"  disse,
     finalmente, Krestjàn Ivànovic' a mezza voce "e io, ve lo confesso,
     non sono riuscito a capirvi perfettamente."
     "Io non sono esperto nel bel parlare,  Krestjàn Ivànovic';  ho già
     avuto  l'onore  di  spiegarvi,  Krestjàn  Ivànovic',  che non sono
     esperto nel bel parlare" ripeté Goljadkin,  questa volta  in  tono
     brusco e deciso.
     "Già..."
     "Krestjàn  Ivànovic'!"  ripeté Goljadkin con la voce bassa e piena
     di  significato,  e  in  parte  anche  con  una  certa  solennità,
     soffermandosi  su  ogni  punto.  "Krestjàn Ivànovic'!  appena sono
     entrato ho cominciato col presentarvi le  mie  scuse.  Ora  ripeto
     quello  che ho detto prima e chiedo di nuovo,  per un certo tempo,
     la vostra indulgenza.  Io,  Krestjàn Ivànovic',  non ho niente  da
     nascondervi.  Sono un piccolo uomo,  lo sapete anche voi;  ma, per
     mia fortuna,  non mi rammarico di essere un piccolo uomo.  E' anzi
     proprio il contrario, Krestjàn Ivànovic'; e, per dirla tutta, sono
     perfino  orgoglioso  di  non  essere un grand'uomo,  ma un piccolo
     uomo.  Non sono un intrigante e anche di questo  sono  orgoglioso.
     Non agisco sotto sotto, ma apertamente, senza astuzia, e benchè io
     possa  a mia volta far del male,  e anche molto,  e io addirittura
     sappia a chi e come potrei  farlo,  io,  Krestjàn  Ivànovic',  non
     voglio sporcarmi e, in questo senso, me ne lavo le mani. In questo
     senso,  dico, me le lavo, Krestjàn Ivànovic'!" Goljadkin tacque in
     modo espressivo per un momento; parlava con dolce animazione.
     "Io vado dritto, Krestjàn Ivànovic'" riprese il nostro eroe, "vado
     avanti a viso aperto e  senza  scappatoie,  perché  io  queste  le
     disprezzo e le lascio agli altri. Non cerco di umiliare quelli che
     forse  sono più onesti di me e di voi...  cioè voglio dire di me e
     di loro, Krestjàn Ivànovic'... non volevo dire di voi.  Non amo le
     mezze parole;  ho orrore della calunnia e del pettegolezzo.  Metto
     la maschera soltanto per le  mascherate  e  non  per  andare  ogni
     giorno davanti alla gente. Vi chiedo soltanto, Krestjàn Ivànovic',
     come  vi  vendichereste  di  un  nemico,  del  più malvagio vostro
     nemico...  di colui che voi ritenete  tale?"  concluse  Goljadkin,
     dopo aver lanciato uno sguardo provocante a Krestiàn Ivànovic'.
     Benché  Goljadkin  avesse  detto  tutto questo come meglio non era
     possibile,  in modo chiaro e  sicuro,  soppesando  ogni  parola  e
     contando su un sicurissimo effetto, tuttavia guardava ora Krestjàn
     Ivànovic' con inquietudine,  con grande inquietudine,  con estrema
     inquietudine.  Adesso era tutto concentrato nello sguardo,  e  con
     timidezza,  con  impazienza  sgradevole  e struggente aspettava la
     risposta   di   Krestjàn   Ivànovic'.   Ma,   con   meraviglia   e
     mortificazione  del signor Goljadkin,  Krestjàn Ivànovic' borbottò
     qualcosa tra i denti, poi avvicinò la poltrona al tavolo e in tono
     abbastanza secco,  anche se  garbato,  gli  dichiarò  qualcosa  di
     questo  genere:  che  il  suo tempo era prezioso,  che egli non lo
     capiva perfettamente,  che era però pronto,  per quanto poteva,  a
     servirlo secondo le sue forze;  ma che non si immischiava in tutto
     il resto che non lo riguardava. A questo punto prese la penna,  si
     avvicinò  un  foglio  di  carta,  ne  ritagliò un pezzo di formato
     medico  e  dichiarò  che  immediatamente  avrebbe  prescritto   il
     necessario.
     "No,  signore,  non serve,  Krestjàn Ivànovic'!  no,  signore, non
     serve assolutamente!"  disse  Goljadkin,  alzandosi  e  afferrando
     Krestjàn  Ivànovic'  per  la  mano  destra.  "Non  serve  affatto,
     Krestjàn Ivànovic'.."
     E intanto,  mentre Goljadkin diceva tutto questo,  accadde in  lui
     uno  strano  cambiamento.  I  suoi occhi grigi lampeggiarono in un
     certo strano modo,  le labbra cominciarono a  tremargli,  tutti  i
     muscoli,  tutti  i lineamenti del viso si misero in movimento e in
     grande agitazione.  Lui stesso era tutto  un  tremito.  Dopo  aver
     obbedito  al suo primo gesto istintivo e avere bloccato la mano di
     Krestjàn Ivànovic',  Goljadkin stava  ora  immobile  come  se  non
     credesse  a  se  stesso e fosse in attesa di un'ispirazione per le
     sue azioni successive.
     Allora si  verificò  una  scena  abbastanza  strana.  Un  bel  po'
     interdetto,   Krestjàn   Ivànovic'   rimase  per  un  attimo  come
     inchiodato  alla  poltrona  e,  sconcertato,  guardò  negli  occhi
     Goljadkin,  che lo fissava nello stesso modo. Finalmente, Krestjàn
     Ivànovic' si alzò,  aggrappandosi un po' al risvolto della  giubba
     di  Goljadkin.  Rimasero tutti e due per qualche secondo in quella
     posizione senza staccarsi l'un l'altro gli occhi di dosso. Allora,
     in modo stranamente insolito,  si compì anche il secondo movimento
     di Goljadkin. Le labbra presero a tremargli, il mento a saltellare
     e  il  nostro  eroe scoppiò,  inaspettatamente,  in pianto.  Tra i
     singhiozzi,  scuotendo la testa e battendosi il petto con la  mano
     destra,  dopo  avere a sua volta afferrato il risvolto della veste
     da camera  di  Krestjàn  Ivànovic',  voleva  parlare  e  spiegarsi
     immediatamente,  ma  non  gli  riuscì  di  spiccicare  nemmeno una
     parola. Infine Krestjàn Ivànovic' si riscosse dal suo stupore.
     "Basta,  calmatevi,   mettetevi  a  sedere!"  esclamò  finalmente,
     cercando di far sedere Goljadkin sulla poltrona.
     "Io ho dei nemici,  Krestjàn Ivànovic',  ho dei nemici; dei nemici
     malvagi che  hanno  giurato  di  uccidermi..."  rispose  Goljadkin
     timoroso, a voce bassissima.
     "Basta,  basta, macché nemici! Non bisogna ricordare i nemici! Non
     è affatto necessario! Sedete, sedete" proseguì Krestjàn Ivànovic',
     conducendo finalmente Goljadkin a sedere sulla poltrona.
     Alla  fine  Goljadkin,   senza  staccare  gli  occhi  da  Krestjàn
     Ivànovic',  si  sedette;  Krestjàn  Ivànovic',  con aria parecchio
     scontenta,  cominciò a camminare  da  un  angolo  all'altro  della
     stanza. Seguì un lungo silenzio.
     "Vi sono molto grato,  Krestjàn Ivànovic',  proprio molto grato, e
     sono sensibilissimo a ciò che avete appena fatto per me. Fino alla
     tomba non scorderò le  vostre  affettuosità,  Krestjàn  Ivànovic'"
     disse infine Goljadkin, alzandosi dalla poltrona con aria offesa.
     "Basta,  basta!  vi  dico  che  ora basta!" esclamò in tono severo
     Krestjàn Ivànovic' a quell'uscita di  Goljadkin  e  costringendolo
     ancora  una  volta  a  sedere  al suo posto.  "Dunque,  che avete?
     Raccontatemi che cosa avete ora di spiacevole"  proseguì  Krestjàn
     Ivànovic', "e di quali nemici volete parlare. Che avete dunque?"
     "No,  Krestjàn Ivànovic', è meglio che ora lasciamo perdere queste
     cose" rispose Goljadkin,  abbassando  gli  occhi,  "è  meglio  che
     mettiamo tutto questo da parte fino a...  fino a un altro momento,
     Krestjàn Ivànovic',  fino a un momento più  adatto,  quando  tutto
     sarà  chiaro  e  quando  dal  volto  di certa gente sarà caduta la
     maschera e ogni cosa sarà svelata.  Ma adesso,  si  capisce,  dopo
     quello che è successo tra noi... ne converrete anche voi, Krestjàn
     Ivànovic'...  Permettetemi  di  augurarvi  buon mattino,  Krestjàn
     Ivànovic'" disse Goljadkin,  dopo essersi alzato questa volta  con
     atto deciso e serio dal posto e aver preso il cappello.
     "Be'...  come volete, allora... (Seguì un minuto di silenzio.) Io,
     da parte mia,  lo sapete,  ciò che posso...  Desidero sinceramente
     ogni bene per voi."
     "Vi  capisco,  Krestjàn  Ivànovic',  vi  capiscoo;  ora vi capisco
     perfettamente...  In ogni modo scusatemi  per  avervi  disturbato,
     Krestjàn Ivànovic'!"
     "Già...  No,  io non volevo dire quello. Del resto, come vi fa più
     piacere. Continuare le medicine di prima..."
     "Continuerò  le  medicine  di  prima,  come  voi  dite,   Krestjàn
     Ivànovic',  e  continuerò a prenderle nella stessa farmacia...  Al
     giorno d'oggi anche essere farmacista,  Krestjàn Ivànovic',  è già
     una cosa importante..."
     "Come? In che senso volete dire?"
     "Nel  senso  più  comune,  Krestjàn Ivànovic'!  Voglio dire che al
     giorno d'oggi il mondo sta camminando..."
     "Già... "
     "E che qualsiasi ragazzaccio,  non solo di farmacia,  si dà  delle
     arie davanti a un uomo come si deve."
     "Già... Che intendete dire?"
     "Io parlo, Krestjàn Ivànovic', di una persona nota... nota a tutti
     e due, Krestjàn Ivànovic', per esempio di Vladimir Semjònovic'..."
     "Ah!..."
     "Si,  Krestjàn Ivànovic'; e io conosco parecchie persone, Krestjàn
     Ivànovic',   che  non  si  lasciano   trascinare   a   tal   punto
     dall'opinione comune da non dire qualche volta la verità."
     "Ah! Come mai?"
     "Sl, è cosi; ma, del resto, questa è un'altra faccenda; a volte ti
     sanno preparare il piatto con un certo qual sugo..."
     "Che cosa? Preparare che cosa?"
     "Sì,  il piatto con un certo qual sugo,  Krestjàn Ivànovic';  è un
     modo  di  dire...  A  volte  sanno  felicitarsi  a  proposito  con
     qualcuno,  per  esempio;  ci  sono  delle  persone così,  Krestjàn
     Ivànovic'."
     "Felicitarsi?"
     "Si,  Krestjàn Ivànovic',  felicitarsi,  come ha  fatto  i  giorni
     scorsi uno dei miei intimi conoscenti..."
     "Uno  dei  vostri  intimi  conoscenti...  ah!  e  come mai?" disse
     Krestjàn Ivànovic', guardando con attenzione Goljadkin.
     "Si,  signore,  uno dei miei intimi conoscenti si rallegra per  il
     nuovo  grado,  per  la  nomina ad assessore di un altro pure molto
     intimo conoscente,  e  per  giunta  amico,  come  si  dice,  amico
     carissimo. Così, gli era capitato a proposito. 'Sono molto felice'
     ha   detto,   'dell'occasione   di   potervi   porgere,   Vladimir
     Semjanovic', i miei sinceri rallegramenti per il grado conseguito.
     E tanto più felice perché al giorno d'oggi,  come tutti  al  mondo
     sanno,  sono  scomparse  le nonnine che fanno gli incantesimi'." A
     questo punto Goljadkin  accennò  furbescamente  con  la  testa  e,
     strizzando l'occhio, guardò Krestjàn Ivànovic'.
     "Già... Così ha detto questo..."
     "L'ha detto,  Krestjàn Ivànovic', l'ha detto e intanto ha lanciato
     un'occhiata ad Andréj Filìppovic', zio di quello sciupafemmine del
     nostro Vladimir Semjònovic'.  Ma  che  importa  a  me,  sì  a  me,
     Krestjàn Ivànovic',  che sia stato fatto assessore? Che c'entro io
     in questo?  E vuole pure  prendere  moglie,  mentre,  con  licenza
     parlando,  ha ancora il latte alla bocca.  Proprio così, ha detto.
     Ora vi ho detto tutto: permettete che mi ritiri."
     "Già... "
     "Sì, Krestjàn Ivànovic', permettete che ora, dico, io mi ritiri. E
     a questo punto,  per prendere due piccioni con una fava,  come già
     avevo  fatto  star  zitto quel bravo giovane con la faccenda delle
     nonnette,  così mi rivolgo ora a Klara Olsùfevna (la  cosa  capitò
     l'altro ieri in casa di Olsùfij Ivànovic');  lei aveva cantato una
     romanza sentimentale,  io le dico: 'Voi vi  siete  compiaciuta  di
     cantare  una romanza con molto sentimento,  però non vi si ascolta
     con cuore puro'.  E con questo intendo dire  chiaramente,  voi  mi
     capite,  Krestjàn Ivànovic', intendo dire chiaramente, che ora non
     è lei che si cerca, ma qualcos'altro..."
     "Ah! E lui, allora?"
     "Lui l'ha capita, lui, Krestjàn Ivànovic',  ha mangiato la foglia,
     come dice il proverbio."
     "Già... "
     "Sì,  signore, sì, Krestjàn Ivànovic'. E anche al vecchio lo dico.
     So,  gli dico,  so,  Olsùfij Ivànovic',  come io vi sia obbligato,
     valuto bene i benefici che,  fin dagli anni della mia infanzia, mi
     avete elargito. Ma aprite gli occhi, Olsùfij Ivànovic',  gli dico.
     Guardate.   Io  tratto  la  cosa  alla  luce  del  sole,   Olsùfij
     Ivànovic'."
     "Ah, è cosi!"
     "Sì, Krestjàn Ivànovic'. Ecco com'è..."
     "E lui, allora?"
     "E lui, Krestjàn Ivànovic'... Prende tempo... e poi così cosà... e
     io ti conosco e so che sua eccellenza è un uomo generoso, e avanti
     a tirarla di questo passo...  Ma  che  vuol  dire  questo?  E'  la
     vecchiaia  che,  come  si dice,  gli ha un po' scombussolato le...
     rotelle..."
     "Ah! ecco come stanno le cose adesso!"
     "Sì,  Krestjàn Ivànovic'.  E tutti noi  siamo  così!  Guardate  un
     po'...  un  vecchietto  con  un  piede  nella  fossa,  ridotto  al
     lumicino,  come si dice,  ma non appena nasce un  pettegolezzo  da
     donnicciole,  eccolo  lì  con  le orecchie dritte;  senza di lui è
     impossibile..."
     "Un pettegolezzo, dite?"
     "Sì, Krestjàn Ivànovic',  hanno fatto un pettegolezzo.  E anche il
     nostro  orso  ci  si  è  ficcato,   e  suo  nipote,   quel  nostro
     sciupafemmine; hanno fatto comunella con le vecchie, si capisce, e
     hanno condito la faccenda.  Che pensate?  Che cosa hanno inventato
     per ammazzare un uomo?"
     "Per ammazzare un uomo?"
     "Si,  Krestjàn  Ivànovic',  proprio  per ammazzare un uomo.  Hanno
     fatto girare... io parlo sempre del mio intimo conoscente..."
     Krestjàn Ivànovic' scosse il capo.
     "Hanno fatto girare sul suo conto la voce...  Vi confesso  che  mi
     vergogno perfino a dirlo, Krestjàn Ivànovic'..."
     "Già... "
     "Hanno  fatto  girare la voce che si è già obbligato per scritto a
     sposarsi, che è già fidanzato con un'altra... e pensate un po' con
     chi, Krestjàn Ivànovic'? "
     "Davvero?"
     "Con una cuoca, una sudicia tedesca, dalla quale mangia; invece di
     saldarle il conto le offre la sua mano."
     "Questo, dicono?"
     "Non ci credete, eh, Krestjàn Ivànovic'? Una tedesca, una volgare,
     ripugnante,   svergognata  tedesca.   Karolina  Ivànovna,   se  lo
     sapete..."
     "Confesso che da parte mia..."
     "Vi  capisco,  Krestjàn  Ivànovic',  vi  capisco  e  per conto mio
     sento..."
     "Ditemi, per favore, dove abitate attualmente?"
     "Dove abito attualmente, Krestjàn Ivànovic'?"
     "Sì... io voglio... mi pare che voi prima abitavate..."
     "Abitavo, Krestjàn Ivànovic', abitavo,  abitavo anche prima.  Come
     si  può  non  abitare!"  rispose  Goljadkin,  accompagnando le sue
     parole con una breve risata e lasciando un  po'  confuso  Krestjàn
     Ivànovic' con la sua risposta.
     "No,  non  avete  capito bene il mio pensiero;  io volevo da parte
     mia..."
     "Anch'io volevo, Krestjàn Ivànovic', da parte mia, anch'io volevo"
     proseguì ridendo Goljadkin.  "Io però Krestjàn Ivànovic',  mi sono
     addirittura   installato   in  casa  vostra.   Spero  che  voi  mi
     permetterete ora... di augurarvi il buon giorno..."
     A questo punto il nostro eroe fece una strisciatina  col  piede  e
     uscì  dalla  stanza,  lasciando  Krestjàn  Ivànovic' letteralmente
     sbalordito. Nello scendere le scale del dottore faceva un risolino
     e  si  stropicciava  le  mani  tutto  contento.  Sul  pianerottolo
     dell'ingresso,  dopo  aver  respirato  una boccata d'aria fresca e
     essersi sentito libero,  era effettivamente pronto a  considerarsi
     come  il  più  felice  dei  mortali  e  a  andare dritto filato al
     dipartimento,  quando all'improvviso sentì il rumore davanti  alla
     portiera della sua carrozza;  lanciò uno sguardo e tutto gli tornò
     in mente.  Petruska stava già  aprendo  lo  sportello.  Una  certa
     strana  e  sgradevole sensazione si impadronì di Goljadkin.  Parve
     arrossire per un attimo.  Qualcosa lo aveva punto.  Stava già  per
     appoggiare   il   piede   sul   predellino  della  vettura  quando
     improvvisamente  si  girò  a  guardare  le  finestre  di  Krestjàn
     Ivanovic'.  Ci  siamo!  Krestjàn  Ivànovic'  era  alla finestra e,
     accarezzandosi con la mano destra i basettoni,  era lì a  guardare
     con una certa curiosità il nostro eroe.
     "Questo  dottore  è  uno stupido" pensò Goljadkin,  entrando nella
     carrozza,  "stupido al massimo.  Può darsi che curi  bene  i  suoi
     malati,  e  tuttavia  è  stupido  come  un  tronco."  Goljadkin si
     sedette, Petruska gridò "avanti!" e la carrozza riprese di nuovo a
     rotolare sulla strada per il Nevskij Prospèkt.

     3.

     Tutta quella mattina Goljadkin la  passò  affaccendato  in  grandi
     faccende. Giunto sul Nevskij Prospèkt, il nostro eroe diede ordine
     di fermare davanti al Gostinyj Dvor.  Sceso dalla carrozza,  corse
     sotto un'arcata in compagnia di Petruska e andò dritto  filato  in
     un  negozio di articoli d'oro e d'argento.  Anche solo a guardarlo
     ci si poteva accorgere che Goljadkin non sapeva,  per il  gran  da
     fare,  dove  sbattere la testa.  Dopo aver contrattato un servizio
     completo da tavola e da tè per più di  millecinquecento  rubli  di
     assegnati e aver ottenuto,  sul totale, come omaggio, un ingegnoso
     portasigarette e un completo da barba  in  argento,  e  dopo  aver
     chiesto ancora informazioni sul prezzo di alcuni oggettini utili e
     piacevoli  nel  loro  genere,  con  la promessa che il giorno dopo
     sarebbe  senz'altro  ritornato,  o  addirittura  anche  il  giorno
     stesso,  per ritirare gli oggetti contrattati,  si segnò il numero
     della  bottega  e,   ascoltato  attentamente  il  negoziante   che
     insisteva  per  avere  un  piccolo acconto,  promise di dare a suo
     tempo anche la piccola caparra. Dopo di che,  in gran fretta prese
     congedo  dal  mercante che era rimasto interdetto e si avviò lungo
     la fila  di  botteghe,  incalzato  da  una  schiera  di  commessi,
     girandosi  indietro  continuamente  a guardare Petruska e cercando
     con attenzione  qualche  nuovo  negozio.  Passò  di  corsa  in  un
     negozietto  di  cambiavalute  e cambiò in moneta spicciola tutti i
     suoi biglietti di grosso taglio e, pur perdendoci nel cambio, fece
     lo stesso l'operazione e il suo portafogli ne  fu  ingrossato  ben
     bene,   cosa   che,   evidentemente,   gli   procurò   una  enorme
     soddisfazione.  Infine si  fermò  in  un  negozio  di  stoffe  per
     signora. Anche qui, dopo aver contrattato, sempre per una notevole
     somma,  Goljadkin  promise  al  mercante  che  sarebbe sicuramente
     ritornato,  anche qui si segnò il numero  della  bottega  e,  alla
     richiesta di un piccolo acconto,  ripeté che, a suo tempo, avrebbe
     sborsato pure il piccolo acconto.  Poi visitò ancora qualche altra
     bottega;  in tutte contrattava, si informava dei prezzi di oggetti
     vari,  discuteva a lungo coi negozianti usciva e  rientrava  anche
     tre volte di seguito; a farla breve, dimostrava un'attivismo fuori
     dal  comune.  Dal  Gostinyj Dvor,  il nostro eroe si diresse in un
     famoso negozio di mobili  dove  contrattò  l'arredamento  per  sei
     camere,  ammirò  una pettiniera per signora,  molto originale e di
     gusto modernissimo e, assicurato il mercante che sarebbe ritornato
     di certo,  uscì  dal  negozio,  promettendo  come  d'abitudine  un
     acconto;  poi  andò  ancora  in  questa e in quell'altra bottega e
     contrattò ancora per questa e quella cosa.  A farla breve  il  suo
     daffare non finiva mai. Finalmente tutto questo cominciò a stufare
     anche  Goljadkin.  E,  Dio  sa  per  quale motivo,  cominciarono a
     tormentarlo di punto in  bianco  certi  rimorsi  di  coscienza.  A
     nessun costo avrebbe ora acconsentito a incontrarsi,  per esempio,
     con Andréj Ivànovic'. Finalmente gli orologi pubblici batterono le
     tre  pomeridiane.   Quando  Goljadkin  salì   definitivamente   in
     carrozza,  di  tutti  gli  acquisti  fatti  quella mattina non gli
     restavaa in realtà che  un  paio  di  guanti  e  una  boccetta  di
     profumo,  per un rublo e mezzo di assegnati.  Poiché per Goljadkin
     era ancora relativamente presto, ordinò al cocchiere di fermarsi a
     un noto ristorante sul Nevskij Prospèkt che conosceva soltanto  di
     nome,  scese  dalla  carrozza  e  corse  dentro  per mangiucchiare
     qualcosa, riposarsi e aspettare il tempo necessario.
     Consumato  uno  spuntino  come  lo  può  fare  uno  che  abbia  la
     prospettiva  di  un pranzo coi fiocchi,  cioè dopo aver spiluccato
     qua  e  là  qualcosina,  tanto,   come  si  dice,   per  ingannare
     l'appetito,  e aver bevuto un solo bicchierino di vodka, Goljadkin
     si sedette su una poltrona e,  rivolto un modesto sguardo intorno,
     si  apprestò tranquillamente alla lettura di uno scarno gazzettino
     nazionale. Dopo averne lette due righe, si alzò, si osservò in uno
     specchio,  si aggiustò i capelli e si diede  una  sistematina;  si
     avvicinò  poi  a una finestra e diede un'occhiata fuori per vedere
     se la sua carrozza fosse sempre lì...  poi si rimise a sedere allo
     stesso  posto  e  riprese il giornale.  Era evidente che il nostro
     eroe si trovava in uno stato di grandissima  agitazione.  Guardato
     poi l'orologio e visto che erano solo le tre e un quarto, e che di
     conseguenza   se  ne  sarebbe  dovuto  rimanere  lì  ad  aspettare
     parecchio tempo ancora,  riflettendo  contemporaneamente  che  era
     così  poco conveniente restarsene lì seduto,  Goljadkin ordinò che
     gli si portasse una cioccolata della quale, però, in quel momento,
     non provava una gran voglia. Bevuta la cioccolata e notato che era
     passato  un  po'  di  tempo,   si  mosse  per  pagare  il   conto.
     All'improvviso qualcuno gli batté sulla spalla.
     Si  girò e vide davanti a sé due suoi colleghi d'ufficio,  proprio
     quegli stessi che aveva incontrato al mattino nella Litéjnaja, due
     ragazzi ancora molto giovani e di età e di grado.  Il nostro  eroe
     era in rapporti così e così con loro...  non di amicizia e nemmeno
     di aperta ostilità.  Si  capisce  che  da  entrambe  le  parti  le
     convenienze  venivano  rispettate;  ma  non  esisteva  una  grande
     intimità né poteva essercene.  L'incontro,  in  quel  momento,  fu
     sgradevolissimo  per  Goljadkin.  Aggrottò un po' il viso e per un
     attimo rimase interdetto.
     "Jakòv Petrovic',  Jakòv Petrovic'!" cominciarono a cinguettare  i
     due registratori di collegio, "voi qui? per quale..."
     "Ah!  Siete voi,  signori!" l'interruppe frettoloso Goljadkin,  un
     po' confuso e scandalizzato per lo stupore dei due impiegatucci  e
     nello  stesso  tempo per quella loro maniera di trattare così alla
     buona,  assumendo,  controvoglia,  un'aria  disinvolta  e  un  po'
     burbera.  "Avete  disertato,  signori,  eh,  eh,  eh!..." A questo
     punto, per non scendere fino al livello dei giovani di cancelleria
     coi quali manteneva sempre le dovute  distanze,  provò  persino  a
     battere  qualche colpetto sulla spalla di uno dei due;  ma un tale
     gesto democratico in quel caso non  riuscì  bene  a  Goljadkin  e,
     invece di un gesto affettuoso e nello stesso tempo appropriato, ne
     risultò qualcosa di completamente diverso.
     "Il nostro orso, dunque, è in ufficio?"
     "Chi sarebbe quest'orso, Jakòv Petrovic'?"
     "Be'...  come  se  non  sapeste  chi  viene  chiamato  l'orso...!"
     Goljadkin si mise a  ridere  e  si  volse  verso  il  garzone  per
     prendere  il  resto.   "Alludo  ad  Andréj  Filìppovic',  signori"
     continuò,  dopo aver finito col garzone e rivolgendosi verso i due
     impiegati, ma questa volta con la faccia seria. I due registratori
     di collegio si scambiarono una significativa strizzatina d'occhi.
     "E'  ancora  in  ufficio  e  ha  chiesto di voi,  Jakòv Petrovic'"
     rispose uno dei due.
     "Ancora in ufficio! In tal caso ci resti, signori! E ha chiesto di
     me, eh?"
     "Ha chiesto di voi, sì, Jakòv Petrovic'; e,  anzi,  come mai siete
     così profumato e ripulito, proprio come un damerino?"
     "Così,  signori, così... Basta..." rispose Goljadkin, guardando da
     una parte e dopo un sorriso piuttosto stiracchiato. Nel vedere che
     Goljadkin sorrideva,  i due impiegati scoppiarono in  una  risata.
     Goljadkin fece un po' la faccia scura.
     "Vi dirò,  signori,  in via del tutto amichevole" riprese, dopo un
     po' di silenzio,  il nostro eroe come  se  (e  così  sia!)  avesse
     deciso di rivelare qualcosa ai due impiegati.  "Voi,  signori,  mi
     conoscete, ma fino a oggi avete conosciuto di me solo un lato. Non
     c'è,  in questo caso,  da rimproverare  nessuno  e  in  parte,  lo
     confesso, sono io il colpevole."
     Goljadkin  strinse  le labbra e fissò sui due uno sguardo pieno di
     significato. Gli impiegati si scambiarono di nuovo una strizzatina
     d'occhi.
     "Fino a oggi,  signori,  non mi  avete  conosciuto.  Spiegarsi  in
     questo  momento  e  in  questo  luogo  non sarebbe assolutamente a
     proposito.  Vi dirò solo qualcosa di passaggio e di sfuggita.  C'è
     della  gente,  signori,  che non ama le vie traverse e si mette la
     maschera soltanto per i balli mascherati.  Ci sono altri,  invece,
     che  pensano  che  il vero compito dell'uomo consista nell'abilità
     con cui lucida i pavimenti con gli stivali.  E ci sono anche delle
     persone,  signori,  che  non  diranno che sono felici e che vivono
     compiutamente se non quando, per esempio,  i pantaloni stanno loro
     a pennello.  E c'è, infine, della gente che non ama bighellonare e
     girare a vuoto, cianciare di cose futili e insinuarsi nelle grazie
     altrui e soprattutto,  signori,  ficcare il naso dove  nessuno  li
     cerca...  Io,  signori, ho detto quasi tutto: permettete, ora, che
     me ne vada..."
     Goljadkin si ferma.  Poiché i registratori di collegio erano ormai
     soddisfatti  a dovere,  tutti e due all'improvviso si sbellicarono
     dalle risa in modo veramente indecente. Goljadkin avvampò.
     "Ridete,  signori,  ridete adesso!  Chi vivrà vedrà..." disse  con
     un'aria  di  dignità  offesa,   dopo  aver  preso  il  cappello  e
     ritirandosi verso la porta.
     "Ma vi dirò di più,  signori" aggiunse,  rivolgendosi per l'ultima
     volta verso i registratori di collegio, "vi dirò di più: voi siete
     qui tutti e due di fronte a me. Ecco, signori, i miei princìpi: se
     mi riesce resisto,  tengo duro e in ogni caso non tolgo il terreno
     da sotto ai piedi di nessuno. Non sono un intrigante,  e di questo
     vado  fiero.  In  diplomazia  non sarei servito a niente.  Si dice
     anche, signori, che l'uccello vola da solo verso il cacciatore. E'
     vero,  e io sono pronto a convenirne: ma qui chi è l'uccello e chi
     il cacciatore? Questo è il problema, signori!"
     Goljadkin  tacque  eloquentemente  e,  col  viso  il più possibile
     significativo,  cioè sollevando le sopracciglia  e  stringendo  al
     massimo le labbra,  fece un bell'inchino agli impiegati e poi uscì
     lasciandoli addirittura senza parole.
     "Dove  ordinate  di  andare?"  chiese  in  tono  piuttosto  ruvido
     Petruska,  che era ormai stufo, probabilmente, di quel gironzolare
     al freddo.  "Dove ordinate che  si  vada?"  domandò  a  Goljadkin,
     scontrandosi  con  quel  suo terribile sguardo annientatore che il
     nostro eroe aveva usato quella mattina e al quale ora per la terza
     volta aveva fatto ricorso mentre scendeva la scala.
     "Al ponte Izmajlovskij!"
     "Al ponte Izmajlovskij! Via!"
     "Il pranzo da loro non comincerà prima delle cinque e anche dopo",
     pensava Goljadkin "non è ancora presto?  Del  resto,  posso  anche
     arrivare un po' in anticipo e,  poi, alla fin fine, è un pranzo di
     famiglia.  Posso comportarmi in questo modo  'san-fasòn'  come  si
     dice  tra  la  gente  perbene.  Perché  poi non dover essere 'san-
     fasòn'?  Anche il nostro orso diceva che tutto sarà 'san-fasòn'  e
     perciò  anch'io..."  Così  andava  almanaccando;  e intanto la sua
     agitazione si faceva mano a mano più intensa.  Si  capiva  che  si
     stava preparando a qualcosa che lo preoccupava molto, per non dire
     di  più:  parlava  a  bassa  voce tra sé,  gesticolava con la mano
     destra,  guardava continuamente  dal  finestrino  della  carrozza,
     tanto che,  osservando in quel momento Goljadkin,  nessuno avrebbe
     potuto ragionevolmente pensare che si stesse preparando a un  buon
     pranzo  senza  cerimonie  e  per  di più in un ambiente familiare,
     'san-fasòn', come si dice tra gente dabbene.  Finalmente,  proprio
     vicino  al  ponte  Izmajlovskij,  Goljadkin  indicò  una  casa: la
     carrozza entrò con fracasso nel portone e  si  fermò  all'ingresso
     dell'ala destra. Notata a una finestra del secondo piano un figura
     femminile,  Goljadkin le mandò un bacio con la mano. D'altra parte
     non sapeva lui stesso che cosa facesse, perché in quel momento era
     più morto che vivo. Scese dalla carrozza pallido,  smarrito;  salì
     al pianerottoloo d'ingresso,  si tolse il cappello,  si ravviò con
     gesto meccanico i capelli  e,  sentendo  per  di  più  un  leggero
     tremito alle ginocchia, si lanciò su per la scala.
     "Olsufij Ivànovic'?" domandò al servo che gli aveva aperto.
     "E' in casa, signore, cioè no, non è in casa..."
     "Come?  che dici,  caro? Io, io sono atteso a pranzo, fratello. Tu
     mi conosci, no?"
     "Come non conoscervi,  signore?  Non  ho  avuto  ordine  di  farvi
     entrare, signore."
     "Tu...  tu, fratello... credo che tu sia in errore, fratello. Sono
     io. Io,  fratello,  sono stato invitato,  invitato a pranzo" disse
     Goljadkin,   liberandosi   dal  cappotto  e  mostrando  l'evidente
     intenzione di dirigersi nelle stanze.
     "Scusate, signore, non si può,  signore.  Ho avuto l'ordine di non
     ricevervi, signore, l'ordine di non farvi entrare. Ecco com'è."
     Goljadkin  impallidì.  Proprio  in  quel momento la porta che dava
     nelle stanze interne si aprì e  apparve  Gherasimyc',  il  vecchio
     cameriere di Olsufij Ivànovic'.
     "Ecco, Emeljàn Gherasimyc', vuol entrare, e io..."
     "E voi siete uno stupido,  Alekséjc'.  Andate dentro e mandate qui
     quel manigoldo di Semjonyc"' disse al servo,  e poi,  rivolgendosi
     cortesemente  ma con fermezza a Goljadkin,  continuò: "Non si può,
     signore;  non è assolutamente possibile,  signore.  Vi pregano  di
     scusare, signore, ma non possono ricevervi."
     "Hanno detto così,  che non possono ricevermi?" domandò, esitante,
     Goljadkin.  "Scusate,  Gherasimyc',  ma perché non è assolutamente
     possibile?"
     "Non si può,  assolutamente.  Io vi ho annunciato,  signore; hanno
     detto: pregalo di scusare. Non possono, dicono, ricevervi."
     "E perché mai? come mai questo? come..."
     "Permettete, permettete..."
     "Come mai questo? Non è possibile,  così...  Riferite...  Come mai
     questo? Io al pranzo..."
     "Permettete, permettete..."
     "Be',  ma  questa  è  un'altra faccenda: pregano di scusare;  però
     permettete, Gherasimyc', come mai questo, Gherasimyc'?"
     "Permettete, permettete" insisté Gherasimyc', allontanando con una
     mano,  con un gesto molto deciso,  Goljadkin e facendo largo a due
     signori   che  in  quel  momento  facevano  il  loro  ingresso  in
     anticamera.
     I due signori che entravano erano Andréj Filìppovic' e suo nipote,
     Vladimir Semjanovic'.  Entrambi guardavano sconcertati  Goljadkin.
     Andréj  Filìppovic'  avrebbe  voluto  dire qualcosa,  ma Goljadkin
     aveva  già  preso  la   sua   decisione:   stava   ormai   uscendo
     dall'anticamera  di  Olsufij  Ivànovic',  a occhi bassi,  rosso in
     viso, sorridendo con un'espressione del tutto sconcertata.
     "Tornerò dopo, Gherasimyc'; mi spiegherà.  Spero che tutto ciò non
     tarderà ad avere a suo tempo una spiegazione" disse sulla soglia e
     in parte già sulla scala.
     "Jakòv  Petrovic',  Jakòv  Petrovic'!"  si  udì  la voce di Andréj
     Filìppovic' che aveva seguito Goljadkin.  Goljadkin si trovava già
     sul   primo  pianerottolo.   Si  voltò  rapidamente  verso  Andréj
     Filìppovic':
     "Che volete, Andréj Filìppovic'?" chiese in tono piuttosto fermo.
     "Che vi succede, Jakòv Petrovic'? Come mai?"
     "Non è nulla, Andréj Filìppovic'!  Sono qui per conto mio.  Qui si
     tratta della mia vita privata, Andréj Filìppovic'."
     "Che significa?"
     "Vi dico,  Andréj Filìppovic',  che questa è la mia vita privata e
     che qui,  a quanto pare,  non si può trovare niente di riprovevole
     che riguardi i miei rapporti ufficiali."
     "Come! Riguardo ai rapporti... che avete dunque, signore?"
     "Niente,  Andréj Filìppovic',  assolutamente niente; una ragazzata
     impertinente, nulla di più..."
     "Che  cosa!...   Che  cosa?!..."  sbigottì   Andréj   Filìppovic'.
     Goljadkin,  che  fino  a  quel  momento  aveva  parlato con Andréj
     Filìppovic' dal fondo della scala e lo aveva  guardato,  a  quanto
     pareva,  come se si preparasse a saltargli agli occhi,  nel vedere
     che il caposezione era rimasto un po'  turbato,  fece,  senza  che
     nemmeno se ne accorgesse,  un passo avanti.  Andréj Filìppovic' ne
     fece uno indietro.  Goljadkin salì  un  gradino  e  poi  un  altro
     ancora.   Andréj   Filìppovic'   rivolse   intorno   uno   sguardo
     preoccupato.  Goljadkin improvvisamente prese a salire di corsa la
     scala. Ma, ancora più rapidamente, Andréj Filìppovic' si precipitò
     nella  stanza  sbattendosi  la porta alle spalle.  Goljadkin restò
     solo.  Rimase come trasognato.  Si sentì completamente smarrito  e
     stava   immobile   in   non   so  quale  stato  di  sconclusionata
     meditazione,  come  se  tentasse  di  ricordarsi  di  una  qualche
     ugualmente sconclusionata circostanza capitatagli poco prima. "Eh,
     eh!"  bisbigliò con un sorriso forzato.  Intanto,  dal fondo della
     scala risuonarono delle voci e dei passi,  probabilmente di  nuovi
     ospiti,  invitati  da Olsufij Ivànovic'.  Goljadkin,  ripresosi un
     po', rialzò il più possibile il bavero di procione,  vi si nascose
     per  quanto  poté  e  cominciò  a  scendere le scale,  arrancando,
     affrettandosi e inciampando.  Sentiva dentro di sé come una grande
     stanchezza  e un indolenzimento.  Il suo imbarazzo era tanto forte
     che,  uscito sul pianerottolo d'ingresso,  non rimase  nemmeno  ad
     aspettare  la  carrozza,   ma  andò  lui  stesso  a  raggiungerla,
     attraversando il cortile pieno di fango.  Arrivato alla carrozza e
     preparandosi a prendervi posto,  Goljadkin espresse mentalmente il
     desiderio di sprofondare sottoterra o di nascondersi,  fosse anche
     in un buco per topi,  insieme con la carrozza. Aveva l'impressione
     che tutti quelli che si trovavano  in  quel  momento  in  casa  di
     Olsufij  Ivànovic',  ecco,  lo stessero ora osservando da tutte le
     finestre. Sapeva che,  se si fosse girato indietro,  sarebbe certo
     morto lì, su due piedi.
     "Che  hai  da ridere,  testone?" chiese eccitato a Petruska che si
     preparava ad aiutarlo a salire in carrozza.
     "Ma perché dovrei ridere?  Non ho nulla da ridere.  Dove  si  deve
     andare, ora?"
     "Va' a casa, muoviti..."
     "A   casa!"   gridò   Petruska,   arrampicandosi   sul  seggiolino
     posteriore.
     "Che razza di voce da corvo!" pensò Goljadkin.
     Intanto la carrozza si era già allontanata un bel  po'  dal  ponte
     Izmajlovskij.  All'improvviso  il nostro eroe tirò con violenza il
     cordone e gridò al cocchiere di tornare  immediatamente  indietro.
     Il cocchiere fece girare i cavalli e in due minuti arrivò di nuovo
     nel cortile di Olsufij Ivànovic'.  "Non serve, testone, non serve;
     indietro!"  grida  Goljadkin,   e  sembrò  che  il  cocchiere   si
     aspettasse un contrordine simile;  senza trovarci niente da ridire
     e senza nemmeno fermarsi all'ingresso,  fece il giro del cortile e
     eccolo di nuovo sulla strada.
     Goljadkin   non   aandò   a  casa,   ma,   oltrepassato  il  ponte
     Semjonovskij,  ordinò di girare in un vicolo  e  di  fermarsi  nei
     pressi di una trattoria di aspetto piuttosto modesto.  Sceso dalla
     carrozza,  il nostro eroe pagò  il  vetturino  e  così  si  liberò
     finalmente  della carrozza.  Ordinò a Petruska di tornare a casa e
     di aspettare il suo ritorno; entrò poi nella trattoria,  scelse un
     salotto  particolare  e  ordinò  che gli servissero il pranzo.  Si
     sentiva molto male,  con la testa piena di confusione e  di  caos.
     Passeggiò  a  lungo  per  la  sala,  in preda all'agitazione;  poi
     finalmente si mise a sedere su una sedia, appoggiò la fronte sulle
     mani e cercò con tutte le sue forze di esaminare  e  di  venire  a
     capo di qualcosa circa la sua situazione attuale...


















     4.

     Il  giorno,  il  festoso giorno del compleanno di Klara Olsùfevna,
     figlia  unica  del  consigliere  di  stato  Bernadeiev,  un  tempo
     benefattore del signor Goljadkin, giorno diventato celebre per uno
     splendido, grandioso pranzo di gala, un pranzo come da lungo tempo
     non si era più visto di simile tra le pareti degli appartamenti di
     funzionari presso il ponte Izmajlovskij e nei dintorni, pranzo più
     somigliante  a  un  convito  di  Baldassarre che a un pranzo,  che
     rievocava un qualcosa di babilonese quanto a  splendore,  lusso  e
     decoro,  con  profusione  di  champagne Cliquot,  di ostriche e di
     frutta provenienti dai negozi di Elessev e di Miljutin,  con  ogni
     specie  di  ben  nutriti  vitellini  e  con  tanto di "tabella dei
     ranghi" (1)  dei  funzionari  in  vista;  questo  festoso  giorno,
     celebrato  con  un  così  grandioso  pranzo,  si  concluse  con un
     brillantissimo ballo,  un piccolo ballo di  famiglia  tra  intimi,
     ballo  brillantissimo tuttavia per il buon gusto,  l'eleganza e il
     decoro. Certo,  io sono perfettamente d'accordo nel dire che balli
     di  questo  genere  se  ne vedono,  sì,  ma molto di rado.  Serate
     danzanti come quelle,  più simili a feste di famiglia che a  balli
     veri e propri,  possono svolgersi solo in case come,  per esempio,
     la casa del consigliere di  stato  Bernadeiev.  Dirò  di  più:  ho
     perfino  dei  seri  dubbi  che in casa dei consiglieri di stato si
     possano  dare  simili  balli.  Oh,   se  io  fossi  poeta!   Poeta
     naturalmente  dell'altezza di un Omero o di un Puskin,  perché con
     un ingegno meno elevato è impossibile  farsi  avanti...  Se  fossi
     poeta,  dicevo,  non  mancherei  di  descrivervi,  o lettori,  con
     scintillante  cromatismo  e  con  ampie   pennellate,   tutto   il
     susseguirsi  degli avvenimenti di questa solenne giornata.  Ma no,
     nel mio poema prenderei le mosse dal pranzo e  in  particolare  mi
     attarderei  su  quell'attimo,  meraviglioso  e  nello stesso tempo
     solenne,  in cui fu alzata la prima coppa per brindare alla salute
     della  regina  della  festa.  Vi descriverei per prima cosa quegli
     ospiti assorbiti in quel religioso silenzio e in quell'attesa  più
     simili  all'eloquenza  di  Demostene  che  al  silenzio.   Poi  vi
     descriverei Andréj Filìppovic',  nella sua qualità di più  anziano
     tra   gli   ospiti,   quindi   con  qualche  diritto  al  primato,
     nell'aureola  di  quei  capelli  bianchi  e  di  decorazioni   che
     sembravano fatte appositamente per quei capelli,  che si alzava in
     piedi e sollevava alta sulla testa la coppa augurale piena di vino
     spumeggiante - vino fatto venire apposta da un lontano  paese  per
     solennizzare  simili  momenti  - vino che poteva paragonarsi più a
     nettare degli dèi che a vino  degli  uomini.  Vi  descriverei  gli
     invitati  e  i  felici  genitori  della  regina della festa,  che,
     seguendo il gesto di Andréj Filìppovic',  alzavano anche  loro  le
     coppe  in  alto  e  rivolgevano  verso  di  lui gli occhi pieni di
     attesa. Vi descriverei come questo Andréj Filìppovic', così spesso
     ricordato,  dopo aver lasciato cadere  una  lacrima  nella  coppa,
     pronunciò parole di rallegramento e di augurio, fece un brindisi e
     bevve alla salute...  Ma,  lo riconosco,  lo riconosco pienamente,
     non sarei in grado  di  descrivere  tutta  la  solennità  di  quel
     momento in cui la regina della festa,  Klara Olsùfevna, arrossendo
     come una rosa di primavera,  col rossore della beatitudine e della
     pudicizia,  a  causa  dell'alluvione dei sentimenti,  cadde tra le
     braccia della tenera madre,  né come la tenera madre  si  commosse
     fino  alle  lacrime,   né  come  in  quell'occasione  proruppe  in
     singhiozzi il padre,  l'eminente vegliardo e consigliere di  stato
     Olsufij  Ivànovic',  che,  privato  dell'uso delle gambe durante i
     lunghi anni di servizio,  era stato ricompensato dal  destino  per
     tanto  zelo con un piccolo capitale,  una casetta,  alcune terre e
     una bellezza di figlia: prese  a  singhiozzare  come  un  bambino,
     proclamando  tra  le  lacrime  che  sua  eccellenza  era un grande
     benefattore. Io non potrei, no, veramente non potrei,  descrivervi
     nemmeno l'estasi di tutti i cuori che seguì a quel minuto,  estasi
     che fu lampante anche nel comportamento di un giovane registratore
     di  collegio  (che  in  quel  momento  faceva  pensare  più  a  un
     consigliere  di  stato  che  a  un registratore di collegio),  che
     nell'ascoltare Andréj  Filìppovic'  non  riuscì  a  trattenere  le
     lacrime.  E  a  sua  volta  Andréj Filìppovic' in quel momento non
     somigliava affatto a un consigliere collegiale e a un  caposezione
     di  un  dipartimento,  no davvero!  Poteva essere paragonato a ben
     altra cosa... non saprei a che cosa, di preciso, ma non certo a un
     consigliere di collegio.  Era molto  più  in  alto!  Infine...  ma
     perché non ho io il segreto di un'eloquenza elevata,  potente,  di
     uno  stile  eccelso,   per  descrivere   tutti   questi   sublimi,
     meravigliosi  istanti  della vita umana,  che sembrerebbero creati
     proprio per dimostrare come a volte la virtù trionfi  sulle  basse
     intenzioni,  sullo scetticismo,  sul vizio e sull'invidia!  Io non
     dirò niente,  ma col mio silenzio,  che sarà migliore di qualsiasi
     discorso,  attirerò  la vostra attenzione su questo felice giovane
     che  entra  nella  sua  ventiseiesima   primavera,   su   Vladimir
     Semjònovic',  nipote di Andréj Filìppovic', che, a sua volta, si è
     alzato dal posto, che,  a sua volta,  ha pronunciato un brindisi e
     sul  quale si sono puntati gli occhi pieni di lacrime dei genitori
     della regina della festa,  gli occhi fieri di Andréj  Filìppovic',
     gli  occhi  gonfi di lacrime della stessa regina della festa,  gli
     occhi   entusiastici   degli   ospiti   e   perfino   gli    occhi
     irreprensibilmente   invidiosi  di  alcuni  giovani  colleghi  del
     succitato brillantissimo giovanotto.  Io non dirò nulla,  anche se
     non  posso  fare a meno di osservare che tutto in questo giovane -
     che,  parlando naturalmente completamente a suo vantaggio,  è  più
     somigliante  a  un  vecchio  che  a  un giovane - tutto,  dico,  a
     cominciare dal suo fiorente aspetto per arrivare fino al grado  di
     assessore  che  gli  competeva,   tutto  in  quell'attimo  solenne
     sembrava volesse dire: ecco a quale alto  grado  può  arrivare  un
     uomo di buoni costumi!  Non starò a descrivere come, infine, Antòn
     Antònovic' Setoc'kin,  capufficio di un dipartimento,  collega  di
     Andréj Filìppovic' e un tempo di Olsufij Ivànovic', nonché vecchio
     amico  di  famiglia e padrino di battesimo di Klara Olsùfevna,  un
     vecchietto bianco come la neve,  alzando a sua volta il bicchiere,
     cantò  con  una  voce  da  gallo  e pronunciò allegri versi;  come
     costui,  con una così autorevole dimenticanza  delle  convenienze,
     fece  ridere fino alle lacrime tutta la compagnia e come la stessa
     Klara Olsùfevna per tanta allegria e amabilità lo baciò per ordine
     dei genitori. Dirò soltanto che alla fine gli ospiti,  che dopo un
     pranzo   del  genere  dovevano  naturalmente  sentirsi  parenti  e
     fratelli fra di loro, si alzarono dalla tavola; che i vecchietti e
     le persone posate,  dopo un piccolo tempo  passato  in  amichevoli
     conversazioni  e  perfino  in alcune,  ben inteso molto discrete e
     amabili,  confidenze,  si diressero cerimoniosamente  in  un'altra
     stanza  e,  senza  perdere nemmeno uno di quegli istanti preziosi,
     sedettero divisi in gruppi,  con un senso di personale dignità,  a
     un tavolo ricoperto di panno verde;  dirò che le dame, sistematesi
     in salotto e diventate all'improvviso amabilissime,  si  misero  a
     chiacchierare di mille cose;  dirò come,  infine,  lo stimatissimo
     padrone di casa,  che aveva perso l'uso  delle  gambe  durante  un
     servizio  fedele  e  giusto e che era stato compensato dal destino
     con quanto già detto prima, cominciò a passeggiare, sorretto dalle
     stampelle, tra gli invitati, appoggiato a Vladimir Semjanovic' e a
     Klara  Olsùfevna  e  come,   diventato  pure  lui  improvvisamente
     amabilissimo,  decise  di  improvvisare,  nonostante la spesa,  un
     piccolo e modesto ballo; come per questo scopo fu dato incarico di
     andare alla ricerca  di  musicanti  a  un  giovane  mplto  sveglio
     (quello  stesso che durante il pranzo abbiamo detto che somigliava
     di più a un consigliere di stato che a un giovane);  dirò come poi
     arrivarono  i  musicanti  in numero di ben undici e come,  infine,
     allo scoccare delle otto e mezzo  precise,  si  alzarono  le  note
     invitanti  della  quadriglia francese e di altre svariate danze...
     Mi sembra persino superfluo dire che la mia penna è troppo debole,
     senza nerbo e spuntata per descrivere come si deve il ballo,  così
     improvvisato  dalla  straordinaria amabilità del venerando padrone
     di casa.  E come,  mi domando,  come posso io,  modesto  narratore
     delle  avventure del signor Goljadkin,  avventure nel loro genere,
     del  resto,  molto  curiose,  come  posso  io,   dunque,   rendere
     efficacemente quell'insolito e decoroso miscuglio di bellezze,  di
     splendori,  di corretta allegria,  di amabile serietà e  di  seria
     amabilità,  di  brio,  di  gioia,  e i giochi e le risate di tutte
     quelle mogli di funzionari, più somiglianti a fate che a signore -
     parlando, si intende,  a tutto vantaggio di queste ultime - con le
     spalle e i faccini di un rosa liliale,  con i vitini da vespa, coi
     piedini agili, vispi, omeopatici, per dirla in stile elevato? Come
     vi  descriverò,  infine,   quei  brillanti  funzionari  cavalieri,
     giovani   allegri   posati   e   seri,   festosi  e  correttamente
     imbronciati,  che tra un ballo e l'altro fumavano la pipa  in  una
     piccola saletta verde un po' isolata, oppure non fumavano affatto;
     cavalieri  che possedevano dal primo all'ultimo un grado e un nome
     di   rilievo,   cavalieri   profondamente   compresi   dal   senso
     dell'eleganza  e  della dignità personale;  cavalieri che,  per la
     maggior parte, potevano conversare in francese con le signore,  e,
     se  parlavavano  russo,  erano  in  grado  di usare espressioni di
     altissimo livello,  con complimenti e frasi di qualità;  cavalieri
     che,  al  massimo  e  forse  soltanto  nella  saletta da fumo,  si
     permettevano alcuni amabili deroghe a un linguaggio più di classe,
     con alcune frasi di amichevole e cortese familiarità,  del genere,
     per esempio,  di queste: "Ehi, Piotka, birbante che non sei altro,
     te la sei combinata,  eh,  una bella polca!" oppure: "Ehi,  Vasja,
     specie di birbante,  ti sei arrangiato come volevi, eh, con la tua
     damina?" Ma per tutte queste cose, lettori miei, come ho prima già
     avuto l'onore di spiegarvi,  la mia penna  non  è  all'altezza,  e
     perciò io sto zitto.  E è meglio che facciamo ritorno a Goljadkin,
     l'unico, vero eroe del nostro veritiero racconto.
     Il fatto è che lui si trova in una condizione, per non dire altro,
     assai strana.  Lui,  signori,  è anche lui qui,  cioè non  qui  al
     ballo,  ma quasi; lui, signori, è qui e là; anche se se ne sta per
     conto suo,  tuttavia in questo momento si trova su una strada  non
     proprio giusta.  Ora è, in verità, dritto - è persino strano dirlo
     -  è  ora   dritto   nell'ingresso   della   scala   di   servizio
     dell'appartamento di Olsùfij Ivànovic'.  Ma che lui sia là dritto,
     non ha importanza; lui, così, ci sta bene, lui, signori miei, è là
     in un angolino,  appiattito in un cantuccio che,  se non è proprio
     caldo,  è  in  compenso  alquanto buio,  seminascosto da un enorme
     armadio e da un vecchio paravento,  in  mezzo  a  ogni  specie  di
     ciarpame  e  di  roba vecchia,  stando per ora nascosto e,  per il
     momento,  accontentandosi di osservare l'andamento delle  cose  in
     qualità  di  spettatore  estraneo.  Egli,  signori  miei,  per ora
     osserva soltanto: potrebbe,  signori,  anche entrare...  ma perché
     poi,  entrare?  Basterebbe  fare  un passo e sarebbe dentro,  e ci
     sarebbe con l'astuzia.  Proprio poco fa,  trovandosi ormai da  tre
     ore al freddo tra un armadio e un paravento, in mezzo a ciarpame e
     roba vecchia di ogni genere, citava, come sua giustificazione, una
     frase del ministro francese di buonanima,  Villèle, che diceva che
     "ogni  cosa  verrà  a  suo  tempo  se  si  ha  l'intelligenza   di
     aspettare".  Questa frase Goljadkin l'aveva letta chissà quando in
     un libro che non aveva nessun legame con la faccenda di adesso, ma
     che ora,  molto a proposito,  gli era  tornata  alla  mente...  La
     frase,  prima  di tutto si adattava molto bene alla sua condizione
     attuale,  e poi,  che cosa mai non nascerà nella testa di un  uomo
     che sta aspettando in un ingresso,  al buio e al freddo,  da quasi
     tre ore,  la felice risoluzione dei suoi affari?  Dopo aver citato
     molto  a  proposito,  come  già  dissi,  la frase dell'ex ministro
     francese Villèle,  Goljadkin,  non si sa perché,  si ricordò anche
     dell'ex  visìr  turco  Marzimiris,  e  così anche della bellissima
     margravia Luisa,  dei quali aveva  pure  letto  la  storia  chissà
     quando  in  un  libro.  Più tardi gli venne in mente che i gesuiti
     avevano stabilito come propria regola di tenere in  considerazione
     tutti  i mezzi adatti a raggiungere lo scopo.  Dopo essersi un po'
     rassicurato con questo po' po' di caposaldo storico,  Goljadkin si
     chiese  chi  fossero  mai  i gesuiti.  I gesuiti erano,  dal primo
     all'ultimo,  dei  fieri  imbecilli,  ai  quali  lui  avrebbe  dato
     parecchi  punti,  purché  per  un  minuto  soltanto  fosse rimasta
     deserta la dispensa (quella stanza la cui porta dava  direttamente
     sull'ingresso,  nella scala di servizio, dove Goljadkin si trovava
     proprio in quel momento),  cosicché  luii,  in  barba  a  tutti  i
     gesuiti,  si  sarebbe mosso e dalla dispensa sarebbe entrato prima
     nella sala da tè,  poi nella saletta dove ora stavano  giocando  a
     carte  e  da lì dritto dritto nella sala dove si stava ballando la
     polca. E sarebbe passato, passato certamente,  passato a qualsiasi
     costo,  si  sarebbe insinuato furtivamente e nessuno se ne sarebbe
     accorto;  e una volta là sapeva lui ciò  che  doveva  fare.  Ecco,
     signori  miei,  in che situazione troviamo ora l'eroe della nostra
     storia assolutamente vera, benché ci riesca difficile spiegare che
     cosa in realtà succedesse in lui in quel momento.  Il fatto è  che
     era riuscito ad arrivare fino all'ingresso e fino alla scala,  con
     quello scopo,  come si andava ripetendo: perché  poi  non  avrebbe
     potuto arrivarci,  mentre tutti ci potevano arrivare? Ma non osava
     inoltrarsi di più, non osava farlo allo scoperto...  non perché ci
     fosse qualcosa che non osasse fare,  ma così, perché non lo voleva
     fare, perché preferiva agire di nascosto.  Eccolo ora,  o signori,
     in attesa dell'occasione buona, attesa che dura ormai da due ore e
     mezzo.  Perché  poi  non  rimanere  in quell'attesa,  se lo stesso
     Villèle stava in  attesa  dell'occasione!  "Ma  cosa  c'entra  qui
     Villèle?"  pensava  Goljadkin.  "E chi è questo Villèle?  Ma ecco,
     come potrei ora...  prendere e  infilarmi  di  nascosto?  Ehi  tu,
     comparsa che non sei altro!" disse Goljadkin,  dandosi con la mano
     gelata un pizzicotto alla guancia gelata,  "sei una bella razza di
     imbecille,  Goljadkin  che  sei...  visto  che  questo  è  il  tuo
     cognome..."(2).
     Però questa tenerezza rivolta alla propria  persona  era  in  quel
     momento solo una cosa di passaggio, senza nessuno scopo specifico.
     Ecco che stava già per intrufolarsi dentro e avanzare;  il momento
     era arrivato;  la dispensa era rimasta  completamente  vuota,  non
     c'era  anima viva;  Goljadkin vedeva tutto dal finestrino;  in due
     passi raggiunse la porta e già stava per aprirla.  "Entrare o  no?
     Be'..  entrare  o  no?...  Ci  andrò...  perché  poi non ci dovrei
     andare?  Per l'uomo  audace  dappertutto  esistono  strade!"  Così
     rassicuratosi, il nostro eroe, di colpo e in maniera assolutamente
     inaspettata,  sgusciò  dietro  al  paravento.  "No," pensava "e se
     qualcuno entrasse? Sicuro, è proprio entrato qualcuno; perché sono
     stato qui a sbadigliare mentre non  c'era  nessuno?  Avrei  dovuto
     prendere  e  infilarmi  dentro!...  No,  come  ci  si può infilare
     dentro, quando il carattere di un uomo è come il mio?  Che abietta
     dannazione!  Mi sono spaventato,  come una gallina.  Spaventarsi è
     roba nostra,  ecco com'è!  Essere svergognato è  sempre  una  roba
     nostra;  su questo non chiedeteci niente. E allora rimani piantato
     qui come un tronco, e basta!  A quest'ora,  a casa,  berrei la mia
     tazzina  di  tè...  Come  sarebbe piacevole berne una tazzina.  Se
     arrivo tardi è capace che Petruska si metta  a  brontolare.  E  se
     andassi  a  casa?  Che  i  diavoli  si  portino  via  tutti questi
     pasticci!  Ora me  ne  vado,  e  basta!"  Sistemata  così  la  sua
     situazione,  Goljadkin avanzò rapidamente, come se qualcuno avesse
     fatto scattare in lui  una  molla;  con  due  passi  raggiunse  la
     dispensa, si sfilò il cappotto, si tolse il cappello, li ammucchiò
     in  fretta  in  un  angolo,  si  ravviò  i  capelli,  si diede una
     lisciatina; poi... poi si diresse verso la sala da tè,  scivolò in
     un'altra  stanza  e  sgusciò  quasi  non  visto  in  mezzo,  tra i
     giocatori; poi... poi...  a questo punto Goljadkin dimenticò tutto
     quello  che  gli succedeva intorno e arrivò direttamente,  come la
     neve sulla testa, nella sala da ballo.
     Nemmeno a farlo apposta,  in quel momento non si ballava.  Le dame
     passeggiavano  per  la  sala in gruppi pittoreschi.  Gli uomini si
     erano divisi in capannelli o  andavano  in  giro  per  la  sala  a
     impegnare le dame. Ma Goljadkin non vedeva niente di tutto questo.
     Davanti  agli  occhi  non aveva che Klara Olsùfevna,  vicino a lei
     Andréj Filìppovic',  e Vladimir Semjanovic',  e  pure  due  o  tre
     ufficiali  e due o tre giovanotti,  tutti molto interessanti,  che
     permettevano o avevano già realizzato,  come si poteva  capire  al
     primo  sguardo,  parecchie  speranze...  Vedeva  ancora  qua  e là
     qualcun altro. O meglio, no: non vedeva più nessuno,  non guardava
     più  nessuno...  e,  spinto  da  quella  stessa molla che lo aveva
     precipitato,  senza invito,  in mezzo a una festa da ballo altrui,
     si fece avanti,  poi più avanti ancora, e sempre più avanti, urtò,
     passando,  non so quale consigliere e gli pestò un piede;  e pestò
     pure  il  vestito  di  una  rispettabile  vecchietta e gli fece un
     piccolo strappo,  urtò un cameriere con  un  vassoio,  si  scontrò
     ancora con qualcun altro,  e, senza accorgersi di tutto questo, o,
     per  meglio  dire,  accorgendosene,  ma  contemporaneamente  senza
     guardare  nessuno e avanzando sempre più,  si trovò all'improvviso
     davanti a Klara Olsùfevna in persona.  Di sicuro in  quel  momento
     sarebbe  sprofondato  sottoterra senza batter ciglio e col massimo
     piacere;  ma quello che era fatto era fatto...  non c'era verso di
     tornare  indietro.  Che  c'era da fare,  ormai?  "Se non ti riesce
     insisti e,  se ti  riesce,  tieni  duro".  Goljadkin,  già  lo  si
     capisce,  non  era  un intrigante,  e lucidare i pavimenti con gli
     stivali non era cosa da lui... Ma ormai le cose erano andate così.
     E poi anche i gesuiti, chissà come,  ci si erano ficcati in mezzo.
     Ma non a loro,  del resto, poteva pensare Goljadkin! Ogni cosa che
     muoveva,  faceva rumore,  parlava,  rideva,  ogni  cosa,  insomma,
     all'improvviso,  come per incanto,  si era calmata e a poco a poco
     aveva fatto ressa  attorno  a  Goljadkin.  Il  quale,  del  resto,
     sembrava non sentire e non vedere niente...  e non era in grado di
     guardare...  non poteva guardare per nessun motivo: aveva  rivolto
     gli occhi a terra e se ne stava così,  dopo essersi però dato,  di
     sfuggita,  la parola d'onore che  a  qualsiasi  costo  si  sarebbe
     sparato quella notte stessa.  Assunto quell'impegno,  Goljadkin si
     disse mentalmente: "Vada come vuole!" e con la  sua    più  grande
     meraviglia cominciò, nel modo più impensato, a parlare.
     Cominciò, Goljadkin, con felicitazioni e irreprensibili auguri. Le
     felicitazioni  filarono  a  meraviglia,  ma negli auguri il nostro
     eroe inciampò.  Sentiva che,  se avesse inciampato,  tutto sarebbe
     andato   a  catafascio.   E  così  infatti  successe:  inciampò  e
     balbettò...  balbettò e diventò rosso: diventò rosso e si  smarrì;
     si smarrì e alzò gli occhi; alzò gli occhi e li girò tutt'intorno;
     li  girò  tutt'intorno e si sentì morire...  Tutti erano in piedi,
     fermi, tutti stavano zitti, tutti aspettavano; un po' più in là si
     sentì un mormorio,  un po' più in qua un ridacchiare...  Goljadkin
     lanciò uno sguardo umile e smarrito ad Andréj Filìppovic'.  Andréj
     Filìppovic' rispose a Goljadkin con una occhiataccia tale che,  se
     il  nostro  eroe  non  fosse  già stato completamente a terra,  ci
     sarebbe andato infallibilmente una seconda volta, se appena appena
     ciò fosse stato possibile. Il silenzio continuava.
     "Questo riguarda più che altro le mie faccende domestiche e la mia
     vita  privata,   Andréj  Filìppovic'"  disse   con   voce   appena
     percettibile  Goljadkin,  più  morto  che  vivo;  "questo non è un
     avvenimento ufficiale, Andréj Filìppovic'..."
     "Vergognatevi,  signore,  vergognatevi!" disse Andréj Filìppovic',
     quasi  bisbigliando e con una faccia indescrivibilmente indignata;
     disse e,  presa  per  mano  Klara  Olsùfevna,  girò  le  spalle  a
     Goljadkin.
     "Non  ho  niente  da  vergognarmi,   Andréj  Filìppovic'"  rispose
     Goljadkin,  anche lui quasi  bisbigliando,  volgendo  intorno  uno
     sguardo desolato,  smarrito,  e facendo ogni sforzo, in una simile
     circostanza,  per ritrovare in quella  folla  imbarazzata  il  suo
     punto di appoggio e la sua posizione sociale.
     "Suvvia,  signori, non è niente, non è niente! Che volete che sia?
     Suvvia,   può  capitare  a   chiunque..."   mormorava   Goljadkin,
     spostandosi  a  poco a poco dal posto in cui si trovava e cercando
     di sciogliersi dalla folla  che  gli  stava  intorno.  Gli  fecero
     strada.  Il  nostro  eroe  passò  alla  meglio  tra  due  file  di
     osservatori curiosi e sconcertati.  La fatalità lo  trascinava.  E
     che  fosse  proprio la fatalità a trascinarlo lo sentiva Goljadkin
     stesso.  Naturalmente avrebbe pagato qualsiasi somma per avere  la
     possibilità di trovarsi ora, senza trasgredire le convenienze, nel
     suo angolino di poco prima, là nell'ingresso, vicino alla scala di
     servizio; ma poiché questo era assolutamente impossibile, cominciò
     a  cercare  di  defilarsi  da  qualche  parte,   in  un  qualsiasi
     angoletto, e restarsene poi lì, modesto e corretto, per conto suo,
     senza disturbare nessuno, senza attirare su di sé l'attenzione, ma
     nello stesso tempo cercando di accattivarsi la  benevolenza  degli
     ospiti   e  del  padrone  di  casa.   D'altronde  Goljadkin  aveva
     l'impressione che quasi gli venisse tolto il terreno  da  sotto  i
     piedi,   si  sentiva  vacillare  e  cadere.  Infine  raggiunse  un
     angoletto  e  vi  si  sistemò  come   un   osservatore   estraneo,
     indifferente,   dopo   aver  appoggiato  entrambe  le  mani  sulla
     spalliera di due sedie e averle  afferrate  in  un  modo  tale  da
     averle  completamente  in suo possesso,  mentre cercava in tutti i
     modi di guardare con fisso gli ospiti  di  Olsufij  Ivànovic'  che
     avevano fatto cerchio intorno a lui. Più vicino di tutti gli stava
     un  ufficiale,  un giovane alto e bello al cui confronto Goljadkin
     si sentiva niente più di un insetto.
     "Queste due sedie,  tenente,  sono già destinate: una è per  Klara
     Olsùfevna   e   l'altra  per  la  principessina  Cevcechànova  che
     partecipa anche lei al ballo;  io,  tenente,  le ho  in  custodia"
     disse,   ansimando,   Goljadkin,   mentre  rivolgeva  uno  sguardo
     supplicante al tenente.  Il tenente,  senza una parola  e  con  un
     sorriso  simile a una pugnalata,  gli girò le spalle.  Dopo questo
     colpo mancato,  il nostro eroe provò a cercare fortuna da un'altra
     parte  e  si  rivolse  direttamente  a un maestoso consigliere che
     portava al collo una importante decorazione.  Ma il consigliere lo
     schiacciò con un'occhiata così agghiacciante che Goljadkin ebbe la
     netta impressione che all'improvviso gli fosse piovuta addosso una
     doccia fredda.  Goljadkin si calmò. Decise che la miglior cosa era
     quella di tacere, di non attaccare discorso, di far vedere che lui
     se ne stava per conto suo,  che era lì anche lui  come  tutti  gli
     altri  e  che  la  sua  posizione  era,  a  quanto  gli  sembrava,
     assolutamente corretta.  Con questo obiettivo fissò lo sguardo sui
     risvolti  della  sua uniforme,  poi alzò gli occhi e li posò su un
     signore dall'aspetto rispettabilissimo.  "Questo signore porta  la
     parrucca"  pensò  Goljadkin  "e  se  gliela  si togliesse,  questa
     parrucca,  la sua testa resterebbe nuda,  proprio  come  il  palmo
     della  mia mano".  Fatta questa importante scoperta,  Goljadkin si
     ricordò degli emiri arabi che,  se si toglieva loro dalla testa il
     turbante  verde  che  sta a indicare la loro parentela col profeta
     Maometto, sarebbero rimasti anch'essi con la testa nuda,  senza un
     capello.  Poi, certamente per una particolare associazione di idee
     riguardanti i turchi che si era formata nella sua testa, Goljadkin
     arrivò fino alle pantofole turche e al riguardo ricordò che Andréj
     Filìppovic' calzava certi stivali che facevano pensare a pantofole
     piuttosto che a stivali.  Era chiaro che Goljadkin si era in parte
     abituato  alla  situazione  in  cui si trovava.  "Ecco,  se questo
     lampadario si staccasse ora dal suo posto e cadesse in mezzo  agli
     ospiti,  mi  lancerei  subito a salvare Klara Olsùfevna.  E,  dopo
     averla salvata,  le direi: 'Non  spaventatevi,  signorina,  non  è
     niente, ma il vostro salvatore sono io'... Poi...". A questo punto
     Goljadkin girò gli occhi cercando con lo sguardo Klara Olsùfevna e
     scorse  Gherasimyc',  il  vecchio  cameriere di Olsufij Ivànovic'.
     Gherasimyc',   con  un'aria   preoccupatissima   e   ufficialmente
     maestosa,  si  faceva  strada  puntando  direttamente  su  di lui.
     Goljadkin ebbe un sussulto e fece una smorfia a causa di una  vaga
     e  nello  stesso tempo spiacevolissima sensazione.  Meccanicamente
     gettò uno sguardo  intorno:  pensò  subito  di  scivolare  via  in
     qualche  modo,  alla  chetichella,  furtivamente,  di  prendere  e
     battersela, cioè di fare come se nessuno avesse gli occhi fissi su
     di lui e come se la cosa non lo riguardasse affatto. Ma, prima che
     il nostro eroe avesse fatto in  tempo  a  prendere  una  decisione
     nell'uno  o  nell'altro  senso,  già  si trovò in piedi,  davanti,
     Gherasimyc'.
     "Vedete,  Gherasimyc'," disse il nostro eroe,  rivolgendosi con un
     sorriso a Gherasimyc' "suvvia,  date ordine,  ecco,  vedete quella
     candela su quel candelabro  là...  vedete,  Gherasimyc',  sta  per
     cadere;  perciò  voi,  vedete,  date  ordine  che  la raddrizzino:
     certamente ora cadrà, Gherasimyc'..."
     "La candela? No, signore, la candela sta perfettamente dritta;  ma
     ecco, c'è là qualcuno che chiede di voi."
     "Chi è che chiede di me, Gherasimyc'?"
     "Veramente  chi  precisamente sia,  non lo so.  Un uomo mandato da
     qualcuno.  Si  trova  qui,  ha  detto,  Jakòv  Petrovic'?   Allora
     chiamatelo,  ha  detto,  per  un importante e urgentissimo affare:
     così ha detto."
     "No,  Gherasimyc',  vi  ingannate:  in  questo,  Gherasimyc',   vi
     ingannate..."
     "Ne dubito..."
     "No,  Gherasimyc',  non c'è proprio da dubitare: qui, Gherasimyc',
     non c'è davvero da dubitare.  Nessuno chiede di  me,  Gherasimyc',
     non c'è nessuno che possa chiedere di me e io qui sono a casa mia,
     voglio dire, Gherasimyc', che sono al mio posto."
     Goljadkin  tirò  il  fiato e girò lo sguardo intorno.  Era proprio
     così!  Tutti quelli che erano in sala avevano teso  verso  di  lui
     occhi e orecchie in una specie di solenne aspettativa.  Gli uomini
     si affollavano lì vicino e tendevano  l'orecchio.  Più  in  là  le
     signore  bisbigliavano  allarmate tra loro.  Il padrone di casa in
     persona comparve a brevissima distanza da Goljadkin e,  benché  il
     suo viso non mostrasse che anche lui,  per parte sua,  partecipava
     direttamente e immediatamentee alle vicende del signor  Goljadkin,
     perché  là  ogni  cosa era fatta con garbo,  tuttavia tutto questo
     complesso di circostanze  fece  chiaramente  capire  all'eroe  del
     nostro  racconto  che  era  arrivato  per lui il momento decisivo.
     Goljadkin vedeva chiaramente che era  il  momento  di  tentare  un
     colpo  audace,  il  momento  della  vergogna  per  i  suoi nemici.
     Goljadkin era in preda a una grande  agitazione.  Pervaso  da  una
     specie  di  ispirazione,  con  voce tremante e solenne,  rivolto a
     Gherasimyc' che era in attesa, riprese a dire:
     "No, amico mio, non c'è nessuno che mi chiami. Ti inganni. Dirò di
     più: ti ingannavi anche questa  mattina  quando  mi  assicuravi...
     quando osavi assicurarmi,  insisto (Goljadkin alza la voce), osavi
     assicurarmi  che  Olsufij  Ivànovic',   mio  benefattore  da  anni
     immemorabili,  che  mi ha fatto in quasi da padre,  mi chiudeva la
     porta in faccia proprio nel  momento  di  una  gioia  familiare  e
     solenne  per  il suo cuore di padre.  (Goljadkin si guardò intorno
     soddisfatto di se stesso,  ma con profondo sentimento.  Tra le sue
     ciglia  erano apparse le lacrime.) Ripeto,  amico mio" concluse il
     nostro eroe, "che ti sei ingannato, seriamente e imperdonabilmente
     ingannato..."
     Il  momento  era  carico  di  solennità.   Goljadkin  sentiva  che
     l'effetto non poteva mancare. In piedi, con gli occhi modestamente
     abbassati,  stava aspettando l'abbraccio di Olsufij Ivànovic'. Tra
     gli ospiti si notava una certa inquietudine e perplessità: perfino
     l'irremovibile e terribile Gherasimyc',  alle parole  "ne  dubito"
     aveva  preso  a  balbettare,  quando  di  colpo,  implacabilmente,
     I'orchestra di punto in bianco intonò una polca.  Tutto precipitò,
     tutto   fu  travolto  dal  vento.   Goljadkin  ebbe  un  sussulto,
     Gherasimyc' arretrò di un passo. Tutto quello che c'era nella sala
     si agitò come il mare e Vladimir Semjònovic' già faceva coppia con
     Klara  Olsùfevna  e  il   bel   tenente   con   la   principessina
     Cevcechànova. I presenti, curiosi e entusiasti, si affollavano per
     guardare i ballerini della polca,  una danza interessante,  nuova,
     ultima moda, che faceva girare la testa a tutti. Goljadkin, per il
     momento,  era dimenticato.  Ma,  all'improvviso,  tutto cominciò a
     agitarsi,  a  muoversi,  ad  affannarsi;  la musica tacque...  era
     capitato uno strano incidente.  Stanchissima per il  ballo,  Klara
     Olsùfevna,  che a malapena riusciva a respirare per la fatica, con
     le guance in fiamme e con il petto in sussulto, si era abbandonata
     senza forze su una poltrona.  I cuori di  tutti  si  concentrarono
     sull'affascinante   incantevole   fanciulla,   tutti   a  gara  si
     affollarono a complimentarla e a  ringraziarla  del  piacere  loro
     offerto...  e  all'improvvisoo,  davanti  a  lei,  ecco Goljadkin.
     Goljadkin era pallido, sconvolto;  sembrava anche lui in uno stato
     di grande prostrazione e si muoveva a stento.  Sorrideva e, chissà
     perché,  tendeva una mano  come  a  supplicare.  Klara  Olsùfevna,
     sbigottita, non fece in tempo a ritirare la mano e meccanicamente,
     all'invito  di  Goljadkin,  si  alzò in piedi.  Goljadkin si sentì
     barcollare in avanti, prima una volta,  poi un'altra,  poi sollevò
     un  piede,  fece  una strisciata,  quindi sembrò che quel piede lo
     battesse a terra, infine inciampò... voleva, lui pure, ballare con
     Klara  Olsùfevna.  Klara  Olsùfevna  lanciò  un  grido:  tutti  si
     slanciarono per liberare la sua mano da quella di Goljadkin e,  di
     colpo, il nostro eroe fu scaraventato dalla folla degli invitati a
     quasi dieci passi di distanza.  Anche intorno a lui si strinse  un
     cerchio  di  gente.  Si  sentirono  gli  strilli  e le grida di un
     vecchio che per  poco  Goljadkin  non  aveva  travolto  nella  sua
     ritirata.   Nacque  una  confusione  tremenda:  s'incrociavano  le
     domande,  tutti gridavano,  discutevano.  L'orchestra  tacque.  Il
     nostro  eroe  girava in mezzo al suo cerchio e meccanicamente,  un
     po' sorridente,  borbottava tra sé e sé qualcosa come:  "E  perché
     no?"  e  come  a dire che "a quanto gli sembrava,  la polca era un
     ballo nuovo e interessantissimo,  creato  per  il  conforto  delle
     dame...  ma che,  se la faccenda era andata così,  lui, perché no,
     era pronto a convenirne". Ma il consenso di Goljadkin non sembrava
     richiesto da nessuno. Il nostro eroe sentì che, di colpo, una mano
     di chi sa chi si era posata sul suo  braccio,  che  un'altra  mano
     premeva  leggermente  la  sua schiena,  che con una certa speciale
     insistenza si cercava di sospingerlo verso  una  certa  direzione.
     Infine  si  rese  conto  di  andare  dritto dritto verso la porta.
     Goljadkin avrebbe voluto dire qualcosa, fare qualcosa...  Ma no...
     non   voleva  ormai  più  niente.   Rispondeva  solo  ridacchiando
     meccanicamente. Infine sentì che gli stavano infilando il cappotto
     e che qualcuno gli aveva calcato il cappello fin sugli occhi;  poi
     si trovò nell'ingresso,  in mezzo al buio e al freddo, e poi sulla
     scala.  Finì con l'inciampare e ebbe l'impressione di cadere in un
     baratro: gli venne da gridare,  ma di colpo si ritrovò in cortile.
     L'aria fresca gli soffiò sul viso, per un momento si fermò;  nello
     stesso  istante  arrivarono fino a lui le note dell'orchestra.  Di
     colpo Goljadkin ricordò tutto: e sembrò che tutte le forze che gli
     erano crollate dentro gli fossero tornate.  Fuggì dal posto in cui
     era  rimasto  immobile,  come  inchiodato,  e  a rotta di collo si
     precipitò fuori, chissà dove,  all'aria aperta,  verso la libertà,
     dove le gambe lo portavano...
     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA  1:  La  tabella  elencava  quattordici gradi di funzionari e
     regolamentava anche i diritti di precedenza.
     NOTA  2:  In  russo  questo  cognome   suona   come   "mentalmente
     sprovveduto", povero di spirito.
















     5.

     A tutte le torri di Pietroburgo che segnano e battono le ore stava
     scoccando  la  mezzanotte,  quando  Goljadkin si precipitò come un
     pazzo sul lungofiume della Fontanka (uno dei bracci  della  Neva),
     proprio vicino al ponte Izmajlovskij,  per sfuggire ai nemici,  ai
     persecutori, alla grandine dei colpetti che gli piovevano addosso,
     alle grida delle vecchiette  impaurite,  alle  esclamazioni  e  ai
     gemiti delle donne e agli sguardi micidiali di Andréj Filìppovic'.
     Goljadkin era annichilito,  sì,  annichilito, nel vero senso della
     parola,  e se in quel momento aveva conservato ancora la forza  di
     correre, si trattava di un miracolo, solo di un miracolo, al quale
     lui stesso,  alla fin fine,  si rifiutava di credere. La notte era
     orribile, una notte di novembre umida, nebbiosa, piovosa,  nevosa,
     piena di congestioni, di raffreddori, di angine, di febbri di ogni
     specie  e qualità possibili: a farla breve,  di tutti i regali che
     elargisce il novembre pietroburghese! Il vento urlava nelle strade
     desolate,  sollevando l'acqua scura della Fontanka  fin  sopra  le
     catene  del  ponte  e  sfiorando minaccioso i sottili lampioni del
     lungofiume,  che a loro volta rispondevano  ai  suoi  ululati  con
     scricchiolii  acuti  e  penetranti,  il che costituiva un concerto
     infinito di  stridii  e  tremolii,  ben  conosciuto  a  tutti  gli
     abitanti di Pietroburgo.  La pioggia cadeva mista a neve, violente
     spruzzate  di  acqua  lacerate  dal  vento  schizzavano  quasi  in
     orizzontale,   come  da  una  pompa  antincendio,  e  pungevano  e
     frustavano il  viso  dell'infelice  Goljadkin,  con  la  forza  di
     migliaia  di  spilli  e forcine.  Nel silenzio della notte,  rotto
     soltanto dal rumoreggiare lontano delle carrozze, dall'ululato del
     vento e dallo scricchiolio dei lampioni,  si sentivano tristemente
     risuonare le sferzate e il ribollire dell'acqua che scrosciava dai
     tetti, dai terrazzini, dalle grondaie e dai cornicioni sul granito
     dei  marciapiedi.  Non  c'era  anima viva né vicina né lontana,  e
     sembrava impossibile che ce ne potessero essere, a quell'ora e con
     quel tempo.  Soltanto Goljadkin,  solo con  la  sua  disperazione,
     trotterellava  in  quel  momento sul marciapiede lungo la Fontanka
     coi  suoi  soliti  passetti  fitti  e  rapidi,  affrettandosi  per
     arrivare al più presto possibile nella sua via delle Sei Botteghe,
     al suo quarto piano, nel suo appartamentino.
     Nonostante  il fatto che la neve,  la pioggia e tutto quello a cui
     non  è  neppure  possibile  dare  un  nome  quando  dal  cielo  di
     Pietroburgo  precipitano  tormente  e  bufere,  assaltassero tutte
     insieme l'infelice Goljadkin - già  completamente  a  terra  senza
     bisogno di questo - senza dargli un attimo di respiro e di riposo,
     entrandogli  fino  al midollo,  accecandolo,  soffiandogli addosso
     violentemente da tutte le parti,  facendogli perdere la  strada  e
     l'ultima  briciola  di  senno;  nonostante  che tutto ciò si fosse
     abbattuto in un solo  colpo  su  Goljadkin,  come  per  un  comune
     accordo  coi  suoi nemici,  per premiarlo con una giornatina,  una
     seratina e una notte... proprio speciali; nonostante tutto questo,
     dico,  Goljadkin,  tanto forte era stato il colpo e lo smarrimento
     patiti  per  quello  che  gli  era successo poco prima in casa del
     consigliere  di  stato  Bernadeiev,  rimase  quasi  insensibile  a
     quest'ultima mazzata del destino!  Se in quel momento un qualunque
     osservatore  estraneo,  del  tutto  disinteressato,   avesse  dato
     un'occhiata,   così,   di   sfuggita,   all'andatura  depressa  di
     Goljadkin, sarebbe stato anche lui colpito dallo spaventoso orrore
     delle sue sventure e avrebbe certamente  detto  che  Goljadkin  si
     guardava attorno come se volesse nascondersi da qualche parte a se
     stesso e, lontano da se stesso, come se cercasse di fuggire chissà
     dove...  Sì!  Era  proprio  così.  Diremo  di  più:  Goljadkin non
     soltanto  desiderava  fuggire  da  se   stesso,   ma   addirittura
     annientarsi,  non esistere più, polverizzarsi. In quei momenti non
     faceva attenzione a quello che lo circondava, non capiva niente di
     ciò che stava capitando intorno a lui, e guardava con un'aria come
     se per lui  non  esistessero  né  le  avversità  di  quella  notte
     tempestosa  né  il  lungo  cammino  né la pioggia né la neve né il
     vento  né  tutte  quelle  tremende  intemperie.   Un  copriscarpa,
     staccatasi  dallo stivale destro di Goljadkin,  rimase abbandonata
     tra il fango e la neve del marciapiede  lungo  la  Fontanka,  e  a
     Goljadkin  non passò nemmeno per il cervello di tornare indietro a
     riprenderla e direi che non  si  era  nemmeno  accorto  di  averla
     persa.  Era  così  preso  dai suoi pensieri,  che parecchie volte,
     d'improvviso,  nonostante  quel  po'  po'  d'inferno  che  gli  si
     scatenava  intorno,  tutto  preso  dall'idea  della sua terribile,
     recente caduta,  rimase fermo,  immobile come un palo in mezzo  al
     marciapiede;  in quei momenti si sentiva mancare, svanire; ma poi,
     di colpo,  scattava come un pazzo e si  metteva  a  correre  senza
     girarsi indietro,  come per cercare scampo da un inseguimento,  da
     qualche sventura ancora più orribile... E, in realtà, orribile era
     la condizione in cui si trovava.  Infine,  stremato,  Goljadkin si
     fermò,  si appoggiò al parapetto del lungofiume,  come quando a un
     uomo improvvisamente esca sangue dal naso, e rimase immobile,  con
     lo  sguardo fisso all'acqua nera e torbida della Fontanka.  Non si
     sa quanto tempo di preciso passasse in  quella  posizione.  Si  sa
     solo che in quei momenti Goljadkin era giunto a un così alto grado
     di  disperazione,  si sentiva così tormentato,  così sfinito,  era
     così allo stremo dei suoi ormai deboli brandelli di forza d'animo,
     che dimenticò ogni cosa,  e il ponte Izmajlovskij,  e la via delle
     Sei Botteghe e la sua condizione attuale...  E che poteva fare, in
     realtà? Tutto, ormai, gli era indifferente; tutto era ormai fatto,
     concluso,  controfirmato  e  sigillato;  che  gli  importava?   Ma
     all'improvviso...  all'improvviso  ebbe  un  sussulto  in tutto il
     corpo e,  senza volerlo,  fece di slancio due passi da una  parte.
     Con  inspiegabile agitazione cominciò a girare lo sguardo intorno:
     ma  non  c'era  nessuno,  non  succedeva  niente  di  particolare,
     eppure...  eppure...  aveva  l'impressione  che qualcuno,  in quel
     preciso istante,  fosse lì dritto vicino a  lui,  al  suo  fianco,
     appoggiato come lui al parapetto del lungofiume e,  miracolo!  gli
     avesse anche detto qualcosa,  gli avesse detto qualcosa in fretta,
     a scatti, qualcosa di non perfettamente comprensibile, ma qualcosa
     che lo riguardava molto da vicino, che si riferiva a lui. "Che sia
     stata   solo  un'impressione?"  disse  Goljadkin,   continuando  a
     guardarsi intorno.  "Ma dove  sono  mai?  Eh...  Eh..."  concluse,
     scuotendo  la  testa,  e  intanto,  con  una sensazione inquieta e
     angosciosa,  direi  anche  di  terrore,  cominciò  a  scrutare  in
     lontananza  attraverso l'aria torbida e trasudante,  aguzzando gli
     occhi e cercando con tutta la forza di penetrare col  suo  sguardo
     miope  in  quell'acquosità che gli si stendeva davanti.  Niente di
     nuovo però,  niente di speciale saltò  agli  occhi  di  Goljadkin.
     Sembrava  che tutto fosse in ordine,  come doveva;  la neve cadeva
     più fitta, più densa e con più intensità di prima;  a una distanza
     di  venti  passi  era  buio  pesto: i lampioni scricchiolavano più
     forte e il vento sembrava cantare con un tono più lamentoso e  più
     dolente  la sua triste canzone,  simile a un mendicante fastidioso
     che  chiede  supplichevolmente  un  soldino  di  rame  per   poter
     mangiare. "Eh, eh, ma che mi sta succedendo?" ripeté Goljadkin nel
     riprendere  il cammino e continuando a guardarsi intorno.  Intanto
     una nuova strana sensazione lo attraversò tutto; angoscia non era,
     paura nemmeno... un brivido di febbre gli corse nelle vene.  Fu un
     momento  insopportabilmente  sgradevole!   "Be',   non  è  niente"
     esclamò,  tanto per farsi coraggio,  "non è niente,  forse  non  è
     proprio  niente  e  non  macchia l'onore di nessuno.  Forse doveva
     proprio essere così" continuò senza neppure capire cosa dicesse, "
     forse tutto questo si aggiusterà per il meglio quando sarà tempo e
     non ci saranno pretese da avanzare e tutti saranno  giustificati."
     Così  parlando  e  rinfrancandosi  per  effetto  delle  sue stesse
     parole,  Goljadkin si scosse,  si scrollò di dosso  i  fiocchi  di
     neve,  che gli si erano ammonticchiati densi e fitti sul cappello,
     sul bavero,  sul cappotto e sulla cravatta,  sugli  stivali  e  su
     tutto  il  resto:  ma  non  riusciva  ancora a liberarsi da quella
     strana sensazione, da quella strana oscura angoscia,  non riusciva
     a  scacciarsi  tutto  questo  di dosso.  In qualche posto lontano,
     risuonò un colpo di cannone.  "Che razza di bel tempo!"  pensò  il
     nostro eroe.  "Be',  non ci sarà mica pure l'inondazione? L'acqua,
     si vede, è salita con troppa rapidità."
     Goljadkin aveva appena finito di pensare e  di  mormorare  questo,
     che  vide  venirgli incontro un passante che probabilmente si era,
     come lui, attardato per qualche motivo.  Il fatto sembrava banale,
     casuale; ma, non si sa perché, Goljadkin si turbò e direi quasi si
     spaventò e sentì un certo smarrimento.  Non che temesse l'incontro
     con  qualche  malintenzionato,  ma  così...  forse...  "E  chi  lo
     conosce,  questo  ritardatario..." passò per la testa a Goljadkin.
     "Forse fa parte anche lui di tutto il resto,  forse qui è la  cosa
     più  importante e non viene qui per caso,  ma con qualche scopo mi
     attraversa  attraversa  e  mi  dà  uno  spintone."  Forse,   però,
     Goljadkin  non  pensò  esattamente a questo,  ma è certo che sentì
     subito qualcosa di simile e di molto sgradevole.  D'altronde,  non
     gli  restò  più  tempo né di sentire né di pensare: il passante si
     trovava già a pochi  passi  da  lui.  Goljadkin,  secondo  la  sua
     abitudine  di  sempre,  si  affrettò ad assumere un'aria del tutto
     particolare,  un'aria che  dava  chiaramente  a  vedere  che  lui,
     Goljadkin,  se ne stava per conto suo,  che non faceva niente, che
     la strada era abbastanza larga per tutti e che lui, Goljadkin,  da
     parte  sua,  non  toccava nessuno.  All'improvviso si fermò,  come
     inchiodato a terra,  come colpito dal fulmine,  poi velocemente si
     girò  verso  l'individuo  che lo aveva appena sorpassato,  come se
     qualcosa lo avesse tirato per le spalle,  come  se  il  vento  gli
     avesse fatto fare un giro a mo' di banderuola.  Il passante andava
     rapidamente scomparendo nella bufera di neve.  Anche lui camminava
     di  fretta  e  anche lui,  come Goljadkin,  era imbaccuccato dalla
     testa ai  piedi,  e  anche  lui  tirava  dritto  sgambettando  sul
     marciapiede lungo la Fontanka a passetti rapidi e fitti,  quasi al
     piccolo  trotto.  "Chi  è  costui,   chi  è?"  mormorò  Goljadkin,
     sorridendo incredulo, e nello stesso tempo sussultando in tutto il
     corpo.  Un brivido gelato gli era corso per la schiena. Intanto il
     passante era scomparso del tutto e non si sentiva nemmeno  più  il
     rumore  dei  passi;  ma  Goljadkin  continuava a restare fermo e a
     guardare nel punto in cui quello era sparito. Finalmente, a poco a
     poco,  si riprese.  "Ma che diavolo mi succede?" pensò con stizza.
     "Che  io  sia  veramente  impazzito  o  che  altro?" poi si girò e
     riprese la sua strada,  accelerando e  intensificando  sempre  più
     l'andatura e facendo il possibile per non pensare a niente.  E per
     questo chiuse persino gli occhi.
     All'improvviso,  tra l'ululare  del  vento  e  l'imperversare  del
     tempaccio,  arrivò  di nuovo al suo orecchio il rumore di passi di
     qualcuno che camminava molto vicino a lui.  Sussultò  e  aprì  gli
     occhi.  Davanti  a  lui,  a  una  ventina  di  metri  di distanza,
     nereggiava di nuovo un certo omino che gli si stava avvicinando...
     L'omino aveva fretta,  accelerava il  ritmo,  correva,  quasi:  la
     distanza  diminuiva  rapidamente.   Goljadkin  poteva  già  vedere
     benissimo il suo nuovo compagno  ritardatario;  lo  guardò  e  gli
     sfuggì  un  grido di stupore e di paura: sentì che le gambe gli si
     piegavano. Era quello stesso passante da lui già notato, che dieci
     minuti prima lo aveva sorpassato e che ora, inaspettatamente,  gli
     appariva  di nuovo davanti.  Ma non soltanto questo miracolo aveva
     colpito Goljadkin;  e Goljadkin ne fu colpito tanto che si  fermò,
     gli   scappò   un   grido,   volle   dire  qualcosa  e  si  lanciò
     all'inseguimento dello sconosciuto,  gli  urlò  perfino  qualcosa,
     volendo,  probabilmente,  fermarlo  al più presto.  E in realtà lo
     sconosciuto si fermò a circa una decina di passi da Goljadkin,  in
     maniera   che   la   luce   del   lampione  lì  vicino  illuminava
     perfettamente tutta la  sua  persona:  si  fermò,  si  girò  verso
     Goliadkin  e,  con  aria  impaziente  e  preoccupata,  aspettò che
     parlasse.
     "Scusate,  ma forse mi sono sbagliato" disse il  nostro  eroe  con
     voce tremante.
     Lo  sconosciuto,  senza  dire  una  parola,  con un gesto pieno di
     stizza,  gli girò le spalle e  proseguì  rapidamente  per  la  sua
     strada,  quasi  avesse  fretta di riguadagnare i due secondi persi
     con Goljadkin.  Per quanto riguardava Goljadkin,  sentì un tremito
     guizzargli  nelle  vene,  le  ginocchia  gli  si  piegarono sotto,
     perdettero ogni forza,  e con un gemito si  lasciò  cadere  su  un
     paracarro.  Del  resto,  c'era  davvero  motivo  di  rimanere così
     sconcertato.  Il fatto  è  che  quello  sconosciuto  ora  non  gli
     sembrava più tale.  Ma questo non sarebbe stato ancora niente.  Il
     fatto è che ora  aveva  riconosciuto,  aveva  quasi  completamente
     riconosciuto quell'uomo. L'aveva visto spesso, quell'uomo, l'aveva
     visto tempo prima e anche molto di recente;  ma dove?  ieri forse?
     Del resto,  ciò che più contava non era  il  fatto  che  Goljadkin
     l'avesse visto spesso (in quell'uomo,  d'altronde, non c'era quasi
     niente di particolare);  decisamente niente di  particolare  aveva
     quell'uomo per suscitare attenzione al primo sguardo. Era così, un
     uomo  come  tutti,  perbene,  si  capisce,  come  tutte le persone
     perbene,  e forse aveva anche alcuni  meriti  e  anche  abbastanza
     notevoli:  in  una  parola,  era un uomo che se ne stava per conto
     suo.  Goljadkin non sentiva né odio né ostilità e  nemmeno  vedeva
     minimamente  di  mal'occhio  quell'uomo;  al contrario,  anzi,  si
     direbbe;  ma intanto (e proprio in questo il punto),  intanto  per
     nessun  tesoro al mondo avrebbe voluto incontrarsi con lui e tanto
     meno incontrarsi così,  come era successo adesso.  Diremo di  più:
     Goljadkin riconosceva perfettamente quell'uomo;  sapeva perfino il
     suo nome e il suo cognome;  ma intanto proprio per niente,  e,  di
     nuovo,   nemmeno   per   tutto  l'oro  del  mondo  avrebbe  voluto
     pronunciare il  suo  nome,  ammettere  di  sapere,  ecco,  che  si
     chiamava così e così,  e che così era il suo patronimico e così il
     suo cognome.  Se molto o  poco  fosse  durata  la  perplessità  di
     Goljadkin  e  se  fosse  rimasto  veramente  a  lungo  seduto  sul
     paracarro,  non saprei dire,  ma quello  che  posso  dire  è  che,
     ripresosi  un  po',  si  mise di colpo a correre,  senza guardarsi
     indietro, con tutte le sue forze; gli mancava il respiro,  per due
     volte  inciampò,  e  fu  lì  lì per cadere e in questa circostanza
     rimase orfano anche l'altro  stivale  di  Goljadkin,  pure  quello
     abbandonato  dal suo copriscarpe.  Alla fine Goljadkin rallentò un
     po' la corsa  per  riprendere  fiato,  si  guardò  frettolosamente
     intorno e vide che, senza nemmeno accorgersene, aveva già percorso
     tutta  la  strada  lungo la Fontanka,  aveva attraversato il ponte
     Amickov,  superato una parte del Nevskij e  si  trovava  ora  alla
     curva verso la Litèjnaja. E lì girò Goljadkin.
     La  sua  condizione  in  quel momento assomigliava alla condizione
     dell'uomo in piedi su di un precipizio spaventoso, mentre la terra
     si apre sotto di lui e già frana, già si muove, trema per l'ultima
     volta, crolla,  lo trascina nell'abisso,  e intanto l'infelice non
     ha  più  né  la  forza  né  la  fermezza  d'animo di fare un balzo
     indietro,   di  distogliere  gli  occhi  dal  baratro  spalancato;
     l'abisso lo attrae e lui finalmente vi si slancia,  affrettando da
     se stesso il momento della sua rovina. Goljadkin sapeva, sentiva e
     era matematicamente certo che qualche altro  malanno  gli  sarebbe
     capitato  per  strada,  che  qualche altra contrarietà gli sarebbe
     piombata addosso, che, per esempio, avrebbe di nuovo incontrato lo
     sconosciuto;   ma,    cosa   strana,    lo   desiderava   perfino,
     quell'incontro,  lo  riteneva  ineluttabile e pregava soltanto che
     tutto ciò finisse al più presto, che la sua posizione si chiarisse
     in un modo qualsiasi, purché fosse presto.  E intanto continuava a
     correre, a correre come spinto da non si sa quale forza esterna, e
     sentiva  in  tutto  il  suo  essere  non  so  quale impressione di
     debolezza e di torpore: non era capace di pensare a niente,  anche
     se  le  sue  idee,  proprio come prugnoli,  si aggrappavano a ogni
     cosa. Un cagnolino randagio,  tutto bagnato e intirizzito,  si era
     attaccato  a Goljadkin e correva pure lui al suo fianco,  di lato,
     frettolosamente,  con le orecchie basse e la coda tra le  zampe  e
     lanciandogli  di  tanto  in  tanto  occhiate timide e comprensive.
     Un'idea lontana e imprecisa, già da tempo dimenticata - il ricordo
     di non so quale avvenimento già da tempo accaduto - gli tornò  ora
     in  mente,   colpendogli  la  testa  come  un  martelletto,  e  lo
     infastidiva senza staccarsi da lui.
     "Eh,  che brutto cagnaccio!" bisbigliava Goljadkin,  senza nemmeno
     capirsi.  Finalmente  vide il suo sconosciuto alla curva della via
     Italjànskaja.  Ora,  però,  lo sconosciuto non gli si dirigeva più
     incontro,  ma  camminava  nella  sua  stessa  direzione  e correva
     persino, sopravvanzandolo di pochi passi. Finalmente arrivarono in
     via delle Sei Botteghe. Goljadkin si sentì mozzare il respiro.  Lo
     sconosciuto  si  fermò  proprio  davanti  all'edificio  in  cui si
     trovava  l'appartamento  di  Goliadkin.   Si  sentì  squillare  un
     campanello  e quasi nello stesso momento lo stridere di un paletto
     di ferro. Il cancelletto si aprì, lo sconosciuto si chinò,  balenò
     e  scomparve.  Quasi nello stesso momento arrivò anche Goljadkin e
     come una freccia volò  sotto  il  portone.  Senza  dare  retta  al
     brontolio   del  portiere  si  precipitò  nel  cortile  dove  vide
     immediatamente il suo interessante compagno di strada,  che per un
     momento  aveva perso.  Lo sconosciuto sfrecciò nell'ingresso della
     scala che portava all'appartamento di Goljadkin,  e ecco Goljadkin
     lanciarsi sulle sue tracce.  La scala era buia, umida, sudicia. Su
     tutti i ballatoi erano  accumulati  mucchi  di  ciarpame  di  ogni
     genere di proprietà degli inquilini,  tanto che un estraneo,  che,
     non pratico del luogo,  fosse  capitato  nell'oscurità  in  quella
     scala,  sarebbe stato costretto a aggirarcisi per mezz'ora, sempre
     rischiando di rompersi le gambe  e  maledicendo,  insieme  con  la
     scala,  anche  i  suoi  conoscenti andati ad abitare in posto così
     scomodo.  Ma il compagno di strada  di  Goljadkin  sembrava  fosse
     pratico del posto, sembrava uno di casa: correva disinvolto, senza
     inciampare,  e  dimostrava  una perfetta conoscenza dell'ambiente.
     Goljadkin stava già per raggiungerlo;  anzi due  o  tre  volte  la
     falda  del cappotto dello sconosciuto gli aveva sbattuto sul naso.
     Si sentiva il cuore mancare.  L'uomo misterioso si  fermò  proprio
     davanti  alla  porta  dell'appartamento  di  Goljadkin,   bussò  e
     (circostanza,   del  resto,   che  in  un  altro  momento  avrebbe
     meravigliato  Goljadkin)  Petruska,  come  se  fosse rimasto lì in
     attesa e senza neppure coricarsi,  aprì immediatamente la porta  e
     seguì  con  la candela in mano lo sconosciuto che era entrato.  Il
     nostro eroe, fuori di sé, si precipitò in casa sua; trascurando di
     togliersi cappotto e cappello,  percorse il piccolo  corridoio  e,
     come  colpito  dal  fulmine,  rimase  sulla  soglia  della propria
     camera.  Tutti i presentimenti di Goljadkin si erano avverati alla
     perfezione.  Tutto quello che lui temeva e aveva previsto,  si era
     avverato. Il respiro gli mancò e la testa cominciò a girargli.  Lo
     sconosciuto  era  seduto  davanti  a lui,  anch'egli in cappotto e
     cappello,  sul suo letto,  sorrideva lievemente e,  strizzando gli
     occhi,   accennava  amichevolmente  col  capo.   Goljadkin  voleva
     gridare, ma non poté;  voleva protestare in un modo qualsiasi,  ma
     non ne ebbe la forza.  I capelli gli si drizzarono sulla fronte e,
     preso dal terrore,  si  abbandonò  privo  di  sensi.  E  ce  n'era
     veramente  motivo.  Goljadkin  aveva perfettamente riconosciuto il
     suo amico della notte.  L'amico della notte non era altri che  lui
     stesso,  Goljadkin,  un  altro  Goljadkin assolutamente identico a
     lui;  era,  in una parola,  quello che si chiama il proprio sosia,
     sotto tutti i profili...














     6.

     L'indomani,  alle  otto  in  punto,  Goljadkin  si svegliò nel suo
     letto.  Subito tutti gli eventi straordinari del  giorno  prima  e
     quella  incredibile e selvaggia notte con le sue quasi impossibili
     avventure  comparvero  di  colpo,   tutti  insieme,   nella   loro
     spaventosa  pienezza,  alla  sua immaginazione e alla sua memoria.
     L'odio così esasperato e infernale da parte dei suoi nemici e,  in
     particolare,  l'ultima manifestazione di quell'odio agghiacciarono
     il cuore  di  Goljadkin.  Ma  contemporaneamente  tutto  era  così
     strano,  incomprensibile,  assurdo  e gli sembrava così lontano da
     ogni possibilità, da non potersi decidere a credere a tutta quella
     faccenda;  Goljadkin  stesso  sarebbe  stato  persino  disposto  a
     ritenerla  un  vano  delirio,  uno squilibrio momentaneo della sua
     mente, un ottenebramento dell'intelletto, se, per sua fortuna, non
     avesse saputo, dall'amara esperienza quotidiana,  fino a che punto
     l'odio  può  a  volte  trascinare  un  uomo,  fino a che punto può
     arrivare l'accanimento di un nemico che voglia  vendicare  il  suo
     onore e il suo amor proprio.  Per di più, le membra indolenzite di
     Goljadkin,  la testa annebbiata,  le reni spezzate  e  un  maligno
     raffreddore  testimoniavano  con  evidente chiarezza e sostenevano
     tutta la verosimiglianza di  quella  passeggiata  notturna  e,  in
     parte,  di tutto quanto era accaduto durante quella passeggiata. E
     poi,  infine,  Goljadkin stesso sapeva benissimo che quelle  certe
     persone  stavano  complottando da un bel pezzo qualche cosa e che,
     là con loro,  c'era  qualcun  altro.  Ma  che  fare?  Dopo  averci
     riflettuto  sù  un  po',  Goljadkin prese la decisione di starsene
     zitto, di rassegnarsi e di non protestare per quella faccenda fino
     a quando non si presentasse un momento più opportuno.  "Sì,  forse
     hanno  solo  avuto l'intenzione di spaventarmi e,  quando vedranno
     che io me ne sto zitto,  non protesto,  mi rassegno  docilmente  e
     sopporto    con    umiltà,    forse   faranno   marcia   indietro,
     spontaneamente, anzi saranno i primi a fare marcia indietro."
     Ecco quali pensieri giravano per la  mente  di  Goljadkin  mentre,
     stirandosi  nel letto e sgranchendosi le membra rotte,  aspettava,
     come al solito,  che Petruska facesse la sua comparsa  in  camera.
     Aspettava  già  da  un quarto d'ora;  sentiva che quel poltrone di
     Petruska si  affaccendava,  là  dietro  il  tramezzo,  attorno  al
     samovàr, ma intanto in nessun modo si decideva a chiamarlo. Diremo
     di  più:  Goljadkin,  ora,  temeva  perfino  un po' l'incontro con
     Petruska.  "Sa Iddio," pensava "sa Iddio cosa dirà quel  lazzarone
     di  tutta  la faccenda.  Adesso se ne sta là zitto zitto,  ma è un
     furbacchione, quello..."
     Finalmente la porta cigolò e comparve Petruska col vassoio tra  le
     mani.  Goljadkin  lo guardò di traverso,  con una certa timidezza,
     aspettando impaziente ciò che sarebbe successo e  se  Petruska  si
     sarebbe  finalmente  deciso a dire qualcosa a proposito delle note
     circostanze.  Ma Petruska non disse nulla,  anzi sembrò molto  più
     taciturno,  più arcigno e più irritato del solito e guardava tutto
     di traverso;  in complesso era evidente che era molto scontento di
     qualche cosa;  non rivolse al padrone neppure uno sguardo, il che,
     diciamolo tra parentesi, ferì non poco Goljadkin;  mise sul tavolo
     tutto quello che aveva portato,  si girò e uscì, senza aver aperto
     bocca, per andare dietro al tramezzo.
     "Sa, sa,  sa tutto,  quel fannullone!" borbottava Goljadkin mentre
     beveva  il  tè.  Il  nostro eroe,  però,  non chiese niente al suo
     domestico,  nonostante che Petruska fosse  in  seguito  entrato  e
     uscito   diverse  volte  dalla  camera  per  svariate  incombenze.
     Goljadkin  si  trovava  dunque  in  uno  stato  d'animo  piuttosto
     agitato. Sentiva un senso di raccapriccio all'idea di dover andare
     ancora   al  suo  ministero.   Aveva  il  vivo  presentimento  che
     sicuramente là qualcosa non sarebbe  andata  bene.  "Be',  ora  ci
     andrò"  pensava,  "ma se là mi imbattessi in chissà che cosa?  Non
     sarebbe meglio, per ora,  pazientare?  Loro sono là...  ci restino
     finché  vogliono;  io  oggi  me  ne  resterò  qui ad aspettare,  a
     raccogliere tutte le mie forze,  mi rimetterò  un  po'  in  sesto,
     rifletterò   più  comodamente  su  tutta  questa  faccenda  e  poi
     sceglierò il momento giusto per piombare  come  una  tegola  sulla
     testa  di  tutti quelli là e non darò nell'occhio a nessuno." Così
     rimuginando,  Goljadkin fumava una pipa dietro l'altra;  il  tempo
     volava;  erano già quasi le nove e mezzo. "Ecco, ormai sono già le
     nove e mezzo" pensava Goljadkin,  "e arriverei in ritardo.  E poi,
     oltre a tutto, sono malato; malato, si capisce, senz'altro malato;
     e  chi potrebbe dire che non lo sono?  che me ne importa!  Mandino
     pure a verificare,  venga pure l'usciere;  che me ne  importa,  in
     realtà?  Ho mal di schiena,  ho la tosse, sono raffreddato; no, in
     conclusione,  non posso andare,  con questo tempo,  e poi,  non  è
     assolutamente possibile;  posso ammalarmi, e poi magari morire; in
     questi momenti c'è una tale mortalità...". Con questi ragionamenti
     Goljadkin tranquillizzò del tutto la sua coscienza e si giustificò
     anticipatamente di fronte a se stesso per la lavata  di  capo  che
     gli   avrebbe  rifilato  Andréj  Filìppovic'  per  negligenza  nel
     servizio.  In genere,  in tutte le circostanze simili,  il  nostro
     eroe  amava  giustificarsi  ai propri occhi con vari inappuntabili
     argomenti e calmare così i suoi scrupoli. Così ora,  calmatili del
     tutto,  prese  la pipa,  la riempì e non appena si fu messo a fare
     proprio per benino la sua fumata,  ecco che si alzò di scatto  dal
     divano,  sbatté via la pipa,  si lavò energicamente,  si rase,  si
     lisciò i capelli,  si infilò la divisa e tutto  il  resto  e  andò
     volando al dicastero.
     Goljadkin  entrò  mogio  mogio  nel suo reparto,  nella trepidante
     attesa di qualcosa di molto poco bello;  attesa vaga  e  inconscia
     quanto si vuole,  ma lo stesso sgradevole;  mogio mogio,  prese il
     suo solito posto vicino al capufficio, Antòn Antònovic' Setoc'kin.
     Senza guardare niente,  senza lasciarsi distrarre  da  niente,  si
     mise a esaminare il contenuto delle carte che gli stavano davanti.
     Decise  e  si  ripromise fermamente di tenersi il più possibile in
     disparte da tutto quello che potesse provocarlo,  da tutto  quello
     che  avrebbe  potuto  comprometterlo;  per esempio,  dalle domande
     indiscrete,  dagli  scherzi  o  dalle  allusioni  sconvenienti  di
     qualcuno  a proposito degli eventi della sera prima;  si ripromise
     perfino di fare a  meno  delle  solite  cortesie  con  i  colleghi
     d'ufficio,  come  domande  sulla salute eccetera eccetera.  Ma era
     anche evidente che non poteva restarsene  così;  era  impossibile.
     L'inquietudine  e  l'ignoranza a proposito di un qualche argomento
     che lo interessasse da  vicino  lo  tormentavano  sempre  più  che
     l'argomento  stesso.  E ecco perché,  nonostante la parola data di
     non intromettersi in niente,  qualsiasi  cosa  si  facesse,  e  di
     tenersi completamente in disparte in tutto,  Goljadkin di tanto in
     tanto,  di nascosto,  alzava pian piano la testa  e  di  sottecchi
     guardava a destra e a sinistra,  scrutava i visi dei colleghi e da
     quelli si sforzava di capire se non ci fosse per caso qualcosa  di
     speciale  che  lo riguardasse e che,  per non so quale riprovevole
     scopo,  gli fosse tenuta nascosto.  Immaginava  che  esistesse  un
     sicurissimo legame tra tutti gli avvenimenti della sera precedente
     e  quello  che si svolgeva ora intorno a lui.  Finalmente,  spinto
     dalla sua angoscia,  cominciò a desiderare che tutto si risolvesse
     nel  modo che Iddio voleva,  ma purché fosse presto,  anche con un
     guaio: pazienza! Ma fu proprio qui che il destino colse Goljadkin:
     non aveva avuto tempo di dare concretezza al suo desiderio  che  i
     suoi dubbi furono improvvisamente risolti, ma in modo molto strano
     e impensato.
     La porta che dava nell'altra stanza di colpo scricchiolò con dolce
     timidezza, come per avvertire che la persona che stava per entrare
     era una qualsiasi,  e una certa figura, del resto ben conosciuta a
     Goljadkin, apparve timidamente proprio davanti al tavolo dietro al
     quale stava seduto il nostro eroe.  Lui non sollevò la testa,  no;
     osservò  quella  figura solo di sfuggita,  col più rapido dei suoi
     sguardi, ma ormai aveva riconosciuto tutto, capito tutto,  fin nei
     minimi particolari. Si sentì avvampare per la vergogna e sprofondò
     tra  le carte quella sua malcapitata testa,  con lo stesso preciso
     scopo con cui lo struzzo,  inseguito dal cacciatore,  nasconde  la
     sua  nella sabbia infuocata.  Il nuovo venuto si inchinò ad Andréj
     Filìppovic' e subito dopo risuonò una voce formalmente affettuosa,
     quella tipica voce con cui i superiori di tutti gli uffici parlano
     ai dipendenti da poco in servizio.
     "Sedetevi qui" disse Andréj Filìppovic', indicando al novellino il
     tavolo di Antòn  Antònovic',  "ecco,  qui,  di  fronte  al  signor
     Goljadkin, vi daremo subito del lavoro da sbrigare."
     Andréj  Filìppovic' concluse il discorsetto con un rapido gesto di
     cortese esortazione al nuovo venuto,  poi subito  si  immerse  nel
     contenuto  di  diverse  carte  che stavano in un mucchio davanti a
     lui.
     Goljadkin alzò finalmente gli occhi e  se  non  fu  preso  da  uno
     svenimento lo si dovette solo al fatto che, fin dall'inizio, aveva
     presagito   tutta   la   faccenda,   fin   dall'inizio  era  stato
     preavvertito di tutto,  avendo letto nell'anima del nuovo  venuto.
     Il  primo  gesto  di  Goljadkin  fu  di  dare  una rapida occhiata
     intorno,  se  non  ci  fosse  lì  qualche  pissi  pissi,   se  non
     cominciasse  a  circolare  a quel proposito qualche barzelletta di
     cancelleria,  se qualche viso non si fosse sformato per lo stupore
     e se qualcuno,  per lo spavento, non fosse caduto sotto il tavolo.
     Ma,  con la più grande meraviglia di Goljadkin,  in nessuno ci  fu
     niente di simile. Il comportamento dei signori colleghi e compagni
     colpì  Goljadkin.  Gli sembrava che questo contegno fosse al di là
     di ogni senso comune.  Goljadkin addirittura  si  spaventò  di  un
     silenzio così fuori dal normale.  La sostanza dei fatti parlava da
     sola: era una cosa strana,  assurda,  mostruosa.  C'era proprio di
     che  agitarsi.  Tutte  cose,  queste,  si capisce,  che frullarono
     soltanto nella testa di Goljadkin.  Cuoceva a fuoco  lento.  E  ce
     n'era  ben  donde,  del  resto.  Colui  che adesso stava seduto di
     fronte a Goljadkin era il terrore di Goljadkin, era la vergogna di
     Goljadkin,  era l'ossessione di ieri di  Goljadkin,  era,  in  una
     parola,  lo stesso Goljadkin;  ma non quel Goljadkin che stava ora
     seduto sulla sedia con la bocca spalancata e con la  penna  rigida
     in  mano;  non  quello  che  era impiegato in qualità di aiuto del
     proprio  capufficio;   non  quello  a  cui  piaceva  scomparire  e
     dileguarsi  tra  la  folla;  non quello,  infine,  la cui andatura
     diceva a chiare note "non toccatemi,  io non vi toccherò",  oppure
     "non toccatemi,  vedete bene che io non vi tocco".  No, questo era
     un altro Goljadkin, assolutamente un altro,  ma nello stesso tempo
     identico  al primo: la stessa statura,  la stessa figura,  vestito
     allo stesso modo, con la stessa calvizie;  in una parola,  niente,
     assolutamente   niente   era   stato   trascurato  per  avere  una
     somiglianza perfetta,  tanto che,  se si fossero presi e messi uno
     accanto all'altro,  nessuno,  letteralmente nessuno, avrebbe osato
     dire chi fosse realmente l'autentico Goljadkin  e  chi  il  falso,
     quale  il  vecchio e quale il nuovo,  quale l'originale e quale la
     copia.
     Il nostro eroe, se è consentito un paragone,  si trovava ora nella
     condizione  di un uomo alle cui spalle un monello si è divertito a
     puntargli contro,  per scherzo,  uno specchio ustorio.  "Ma che  è
     questo, un sogno o no?" pensava, "è il presente o la continuazione
     del  passato  di  ieri?  Ma  come mai?  Con quale diritto si fanno
     queste cose?  Chi ha assunto un simile impiegato,  chi ha dato  il
     diritto di farlo?". Goljadkin provò a darsi un pizzicotto, provò a
     pensare  persino  a darlo a un altro...  No,  non era un sogno,  e
     basta.  Goljadkin si sentiva madido di  sudore,  sentiva  che  gli
     stava  capitando  un  fatto  senza  precedenti,  mai visto fino ad
     allora,  e per questo,  appunto,  per  colmo  di  sventura,  anche
     sconveniente,  poiché  Goljadkin  capiva  perfettamente  tutto  il
     discapito che gli derivava dal trovarsi, come primo esempio, in un
     così buffo pasticcio. Infine cominciò addirittura a dubitare della
     propria esistenza e,  pur essendo in anticipo  pronto  a  tutto  e
     desideroso che si risolvessero,  in qualunque modo,  i suoi dubbi,
     tuttavia  la  sostanza  stessa  del  fatto  rendeva  di   per   sé
     naturalmente plausibile la sorpresa.  L'angoscia lo opprimeva e lo
     tormentava.  In certi momenti perdeva addirittura il  senno  e  la
     memoria. Rientrato in sé dopo uno di quei momenti, si accorse che,
     in  modo  meccanico e incosciente,  faceva scorrere la penna sulla
     carta.  Non fidandosi di se stesso,  cominciava a ripassare  tutto
     quello  che  aveva  scritto,  e  non ci capiva niente.  Finalmente
     l'altro  Goljadkin,   che  fino  a  quel   momento   era   rimasto
     tranquillamente  seduto,  si  alzò  e,  attraverso  la  porta  che
     conduceva  in  un'altra  sezione,   scomparve  per  fare   qualche
     faccenda.  Goljadkin si guardò intorno: niente;  tutto tranquillo.
     Si sentiva soltanto lo scricchiolio delle penne,  il  fruscio  dei
     fogli girati e il parlottare negli angoli più lontani dal punto in
     cui  sedeva Andréj Filìppovic'.  Goljadkin guardò Antòn Antònovic'
     e,   poiché  molto  probabilmente  l'aspetto   del   nostro   eroe
     corrispondeva  perfettamente  alla sua situazione e si armonizzava
     con tutto il senso della faccenda e, di conseguenza,  pareva sotto
     certi  aspetti  piuttosto  fuori  dell'ordinario,  il  buon  Antòn
     Antònovic,' posata la penna da una parte,  si informò con insolito
     interesse della salute di Goljadkin.
     "Io,  Antòn  Antònovic',  grazie  a  Dio..."  disse,  inciampando,
     Goljadkin.  "Io,  Antòn Antònovic',  sto perfettamente  bene;  io,
     Antòn  Antònovic',  al  presente  non  c'è  male"  aggiunse un po'
     indeciso,  non fidandosi ancora del tutto del  più  volte  da  lui
     menzionato Antòn Antònovic'.
     "Ah!  mi  sembrava  che foste un po' indisposto;  del resto non ci
     sarebbe niente di straordinario,  ma speriamo  di  no!  In  questi
     tempi ci sono sempre tante epidemie... Sapete che..."
     "Sì,  Antòn Antònovic',  conosco l'esistenza di queste epidemie...
     Io, Antòn Antònovic',  non è che..." proseguì Goljadkin,  fissando
     lo sguardo su Antòn Antònovic', "io, vedete, Antòn Antònovic', non
     so neppure come voi, voglio dire, cioè, da quale lato voi dobbiate
     prendere questa faccenda, Antòn Antònovic'..."
     "Che cosa? Io vi... sapete... io confesso che non vi capisco bene;
     voi...  sapete,  voi... spiegatemi meglio sotto che punto di vista
     vi trovate imbarazzato" disse Antòn Antònovic',  sentendosi a  sua
     volta un po' imbarazzato nel vedere che Goljadkin aveva persino le
     lacrime agli occhi.
     "Io,  davvero...  qui,  Antòn Antònovic'...  qui c'è un impiegato,
     Antòn Antònovic'..."
     "Su, su... Continuo a non capire."
     "Voglio dire, Antòn Antònovic', che qui c'è un nuovo impiegato."
     "Sì, c'è: è un vostro omonimo."
     "Come?" grida Goljadkin.
     "Un vostro omonimo, dico: si chiama anche lui Goljadkin. Non è per
     caso vostro fratello?"
     "Non ne ho fratelli, Antòn Antònovic'."
     "Uhm!  Ma che dite?  Mi era sembrato che fosse un  vostro  stretto
     parente. Sapete, c'è una tale somiglianza..."
     Goljadkin  rimase paralizzato dallo stupore e per un po' la lingua
     gli si bloccò.  Trattare così alla buona una cosa così  mostruosa,
     mai  vista,  una cosa veramente rara nel suo genere,  una cosa che
     avrebbe colpito anche il  più  disinteressato  degli  osservatori,
     parlare di una semplice somiglianza, mentre era proprio come avere
     davanti uno specchio!
     "Sapete  che  cosa vi consiglio,  Jakòv Petrovic'?" prosegui Antòn
     Antònovic'.  "Andate da un medico e sentite  il  suo  parere.  Voi
     avete  una  cert'aria  proprio di non star bene.  Specialmente gli
     occhi...  sapete,  specialmente  gli  occhi  hanno  un'espressione
     particolare."
     "No,  Antòn Antònovic',  io,  certamente, sento... cioè, io vorrei
     chiedervi, come mai quest'impiegato?"
     "Cioè?"
     "Cioè, non avete,  Antòn Antònovic',  osservato in lui qualcosa di
     particolare, un qualcosa di troppo espressivo?"
     "Cioè?"
     "Cioè,  io voglio dire,  Antòn Antònovic',  una somiglianza troppo
     accentuata con qualcuno, per esempio con me. Proprio adesso, Antòn
     Antònovic',  avete parlato di una qualche somiglianza  di  tratti,
     avete  fatto,  così di sfuggita,  un'osservazione...  Sapete che a
     volte i gemelli sono così,  cioè  perfettamente  uguali  come  due
     gocce d'acqua, tanto che è impossibile distinguerli? Bene, proprio
     questo voglio dire."
     "Sissignore" disse Antòn Antònovic', dopo aver riflettuto un po' e
     come  se  per  la  prima  volta  fosse stato colpito da una simile
     osservazione. "Sissignore! Giustissimo.  E' una rassomiglianza che
     colpisce  veramente e voi avete fatto un'osservazione giustissima,
     poiché realmente vi si può scambiare l'uno per l'altro"  continuò,
     spalancando sempre più gli occhi.  "E sapete,  Jakòv Petrovic',  è
     una somiglianza prodigiosa,  fantastica addirittura,  come si dice
     talvolta, e cioè è perfettamente come voi... L'avete notato? Jakòv
     Petrovic'?  Io  volevo chiedervi spiegazioni,  lo confesso,  sulle
     prime non ci avevo fatto abbastanza caso. E' un miracolo,  un vero
     miracolo! Eppure, Jakòv Petrovic', voi non siete neppure nativo di
     qui, dico io!"
     "No, signore."
     "E nemmeno lui, sapete, è di qui. Forse delle vostre stesse parti.
     Vostra madre,  mi permetto di chiedervi, dove abitava per lo più?"
     "Avete detto...  avete detto,  Antòn Antònovic',  che lui non è di
     qui?"
     "Sì,  l'ho detto;  non è di qui.  E veramente come è strano, anche
     questo!" proseguì il ciarliero Antòn Antònovic',  per il quale era
     una vera festa mettersi a cianciare di qualcosa.  "In realtà è una
     cosa che suscita curiosità;  eppure,  gli passi spesso vicino,  lo
     sfiori,  lo urti,  magari,  ma non te ne accorgi.  Del resto,  non
     turbatevi. Sono cose che capitano.  Vi dirò,  ecco,  che la stessa
     cosa successe a una mia zia da parte di madre;  anche lei prima di
     morire vide il suo sosia..."
     "Nossignore, io... Scusate se vi interrompo, Antòn Antònovic', io,
     Antòn Antònovic',  volevo sapere come mai quest'impiegato,  cioè a
     quale titolo si trova qui..."
     "Al posto del defunto Semjòn Ivànovic', posto rimasto vacante; era
     rimasto un posto vuoto e così hanno messo lui.  Ecco, vedete, quel
     caro  Semjan  Ivànovic',  buon'anima,  tre  bambini,  dicono,   ha
     lasciato...  uno  più  piccolo  dell'altro.  La vedova è caduta in
     ginocchio ai piedi di sua eccellenza.  Dicono però che i soldi  li
     nasconda: ha del denaro, ma lo nasconde..."
     "Nossignore,  io,  Antòn Antònovic',  io,  ecco,  ancora di quella
     circostanza, dicevo..."
     "Cioè?  Ah,  sì!  Ma perché ve ne occupate tanto?  Vi ripeto:  non
     turbatevi.  Tutto  ciò è in parte provvisorio.  Ebbene?  Voi siete
     fuori causa; tutto ciò l'ha combinato Iddio in persona, è stata la
     sua volontà, e lamentarsene è peccato. In questo è evidente la sua
     saggezza. E voi qui, Jakòv Petrovic', a quanto capisco,  non siete
     colpevole per niente.  Ci sono forse pochi prodigi al mondo? Madre
     natura è generosa; ma di questo non si chiederà certo conto a voi,
     non dovrete risponderne voi.  Ecco,  per  esempio,  avete  sentito
     dire,  spero,  che  quelli sì...  ecco,  i fratelli siamesi,  sono
     attaccati insieme per il dorso e vivono, mangiano e dormono sempre
     insieme: e guadagnano, dicono, un mucchio di soldi."
     "Permettete, Antòn Antònovic'..."
     "Vi capisco, vi capisco! Sì! Ma che c'è? Niente! Io dico,  secondo
     il  mio  giudizio,  che  qui  non  c'è  niente che debba turbarvi.
     Ebbene?  E' un impiegato come un altro e sembra che  sia  un  buon
     lavoratore.  Dice che si chiama Goljadkin,  non è di queste parti,
     dice,  e è consigliere titolare.  Si è spiegato personalmente  con
     sua eccellenza."
     "Ah! E lui?"
     "Niente,  signore;  dicono che ha dato spiegazioni esaurienti, che
     ha presentato delle buone ragioni. Ha detto: le cose,  eccellenza,
     sono  così  e così,  beni di fortuna non ne ho e desidero prestare
     servizio in particolare sotto la vostra  lusinghiera  direzione...
     e, sapete, ha esposto con abilità tutto quanto serviva. E' un uomo
     intelligente, credo. Be', si capisce che si era presentato con una
     raccomandazione: senza di quella, si sa, non è possibile..."
     "Ma da parte di chi...  voglio dire,  cioè,  chi propriamente si è
     immischiato in questa vergognosa faccenda?"
     "Sissignore.  Dicono che  fosse  una  raccomandazione  buona:  sua
     eccellenza, dicono, ne ha anche riso con Andréj Filìppovic'."     "Ne ha riso 
con Andréj Filìppovic'?"
     "Sissignore;  ha riso soltanto così...  e ha detto che sta bene, e
     che lui da parte  sua  non  è  affatto  contrario,  purché  presti
     servizio fedelmente..."
     "Be'?...  e poi...  andate avanti,  signore.  Voi mi ridate animo,
     Antòn Antònovic'; vi supplico, signore, andate avanti..."
     "Permettete, io di nuovo vi... Be'! sì... Be',  ma non c'è niente;
     è  una  circostanza  che  non ha niente di straordinario: voi,  vi
     dico, non turbatevi,  in tutto questo non si può trovare niente di
     misterioso."
     "Nossignore. Io, cioè, voglio chiedervi, Antòn  Antònovic', se sua
     eccellenza  non  ha  aggiunto  altro...  a  proposito  di me,  per
     esempio?"
     "Cioè, come sarebbe a dire? Sissignore! Be', no... niente;  potete
     stare perfettamente tranquillo.  Sapete, naturalmente, si capisce,
     si tratta di un affare abbastanza strano e all'inizio...  ma ecco,
     io,  per esempio, all'inizio non ci avevo quasi fatto caso. Non so
     proprio come mai non me ne sia accorto fino a che voi  non  me  lo
     avete fatto ricordare.  Ma,  del resto, potete stare perfettamente
     tranquillo. Non ha detto niente, assolutamente niente di speciale"
     aggiunse il buon Antòn Antònovic', alzandosi dalla sedia.
     "Così, ecco, io, Antòn Antònovic'..."
     "Ah,  ma voi scusatemi,  signore.  Non ho fatto  che  ciarlare  di
     quisquilie  e  ecco  che  qui  c'è un affare importante,  urgente.
     Bisogna prendere informazioni."
     "Antòn Antònovic'!" risuonò  la  voce  cortesemente  invocante  di
     Andréj Filìppovic' "sua eccellenza vi desidera."
     "Subito, subito, Andréj Filìppovic', vado immediatamente." E Antòn
     Antònovic',  preso  un mucchio di carte,  si precipitò prima verso
     Andréj Filìppovic', e poi nello studio di sua eccellenza.
     "Ma com'è dunque, questa storia?" pensava intanto Goljadkin; "ecco
     che razza di giochetti si fanno qui da noi!  Ecco  che  venticello
     soffia  da  queste  parti...  Non c'è male: dunque,  sembra che la
     faccenda abbia preso una piega favorevolissima," diceva tra  sé  e
     sé  il  nostro  eroe,  stropicciandosi  le  mani  e,  per  la gran
     contentezza, senza nemmeno sentire la sedia sotto di sé.  "Così la
     nostra faccenda è una comunissima faccenda.  Così tutto finisce in
     un'inezia,  si risolve in una cosa da niente.  E in verità nessuno
     dice  niente,  nessuno  osa  fiatare;  i malandrini,  se ne stanno
     seduti,  intenti agli affari loro.  Benone,  benissimo!  Io voglio
     bene a una brava persona,  gliene ho sempre voluto e sono pronto a
     stimarla... D'altra parte, però, c'è questo,  che,  a pensarci su,
     questo  Antòn  Antònovic'...  ho quasi paura a fidarmene: è un po'
     troppo bianco di capelli e mi  sembra  che  la  vecchiaia  l'abbia
     rimbambito alquanto... La cosa più importante, in ogni modo, e più
     straordinaria  è  che  sua eccellenza non abbia detto niente e che
     abbia  lasciato  perdere:  ottima  cosa,  questa!  Non  posso  che
     applaudire!  Soltanto quell'Andréj Filìppovic',  però, che c'entra
     qui con le  sue  risatine?  Che  gliene  importa  a  lui?  Vecchio
     imbroglione!   Ce  l'ho  sempre  tra  i  piedi;  cerca  sempre  di
     attraversarti la strada come un gatto nero e continua con dispetti
     e ripicche, dispetti e ripicche..."
     Goljadkin tornò a dare un'occhiata in giro e  si  sentì  rianimato
     dalla  speranza.  Però,  continuava  ad  avere  l'impressione che,
     nonostante tutto,  un pensiero lontano,  un  pensiero  non  buono,
     venisse  a  turbarlo.  Gli venne persino l'idea di avvicinarsi lui
     stesso agli impiegati con una scusa o con l'altra,  di anticiparli
     di  corsa,  come  una  lepre,  e  perfino  (in un modo qualunque o
     all'uscita dall'ufflcio o  avvicinandoli  con  qualche  motivo  di
     servizio)  tra  una  parola  e l'altra accennare,  così vagamente:
     signori  così   e   così...   è   veramente   una   rassomiglianza
     stupefacente,   una  coincidenza  stranissima,   uno  scherzaccio,
     addirittura... Ossia scherzarci sopra lui per primo e sondare così
     la profondità del pericolo.  "Perché si sa che è l'acqua cheta che
     rovina i ponti..." concluse mentalmente il nostro eroe.
     Del  resto,  tutto  questo  il  nostro  eroe lo pensò soltanto: in
     compenso cambiò idea presto. Capiva che quello avrebbe significato
     mettere il  carro  davanti  ai  buoi...  "Il  tuo  temperamento  è
     questo!"  si  diceva,  battendosi  un colpetto sulla fronte con la
     mano, "cominci subito a rallegrarti... sei già tutto contento! Sei
     un'anima troppo ingenua! No,  Jakòv Petrovic',  è molto meglio che
     noi  due  abbiamo  pazienza,  è  meglio  che  abbiamo  pazienza  e
     aspettiamo!"
     Ciononostante,  come si è appena detto,  Goljadkin si sentiva  già
     rinascere alla speranza,  quasi fosse risuscitato alla vita.  "Non
     c'è male!" pensava,  "mi sento proprio come se mi fossi  scaricato
     dalla  schiena  otto  o  dieci  quintali!  Ma,  vedi  un  po'  che
     combinazione!  'Eppure lo scrigno si apriva tanto  facilmente!'(1)
     Krylòv  ha  ragione,  ha proprio ragione,  se ne intende...  è una
     testa fina quel grande scrittore di favole!  E in quanto a  quello
     là,  presti pure il suo servizio, lo presti pure, alla sua salute!
     purché non imbrogli nessuno e non rompa l'anima a nessuno;  faccia
     il suo servizio e io sono d'accordo, e approvo!"
     Intanto le ore passavano, volavano e, mentre meno te lo aspettavi,
     suonarono  le  quattro.  L'ufficio  fu chiuso;  Andréj Filìppovic'
     prese il cappello e,  come si conviene,  tutti  seguirono  il  suo
     esempio.  Il  signor Goljadkin si trattenne ancora un po',  giusto
     giusto il tempo necessario,  e volutamente  uscì  dopo  tutti  gli
     altri,  proprio per ultimo, quando tutti si erano sparpagliati per
     diverse direzioni.  Uscito in strada,  si sentì come in  paradiso,
     tanto  che  sentì  persino  il  desiderio  di fare un giretto e di
     passare per il Nevskij.  "Guarda un po' il  destino!"  pensava  il
     nostro eroe. "Un inatteso capovolgimento di tutto quanto. Il tempo
     si è rasserenato,  c'è il gelo e appaiono le slitte.  E il gelo si
     addice veramente al russo,  col gelo  il  russo  va  perfettamente
     d'accordo!  Mi piace l'uomo russo.  E c'è anche un po' di neve, la
     prima infarinatura, come direbbe un cacciatore; ecco, se su questa
     infarinatura ci fosse una lepre!... Che peccato! Ma, però, non c'è
     male!"
     Così si manifestava l'entusiasmo di Goljadkin e  intanto  qualcosa
     continuava a frullargli per la testa: angoscia,  no, non era... ma
     a tratti sentiva una tale stretta al  cuore  da  non  sapere  come
     confortarsi.   "Del  resto,   aspettiamo  un  giorno,   e  poi  ci
     rallegreremo.  Infine,  che  cos'è  questo?  Suvvia,   ragioniamo,
     vediamo...  Su,  mio giovane amico, lasciamo ragionare... lasciamo
     ragionare! Be', è un uomo come te,  prima di tutto,  assolutamente
     come te. E dunque? se c'è un uomo così, è forse una ragione perché
     io pianga?  Che importa a me?  Io me ne sto in disparte; io faccio
     un fischio e basta! E' così e basta!  Faccia pure il suo servizio,
     lui!  Be',  è  un  prodigio  e  una stranezza,  dicono là,  come i
     fratelli siamesi... Ma perché,  poi,  siamesi?  Loro sono gemelli,
     poniamo,  ma  anche  i  grandi  uomini  a  volte  erano  presi per
     originali.  Anche la storia  ci  insegna  che  al  famoso  Suvarov
     piaceva rifare il verso del gallo...  Be',  tutto questo lo faceva
     per politica; e i grandi condottieri...  sì,  del resto,  perché i
     condottieri?  Ecco,  io  me ne sto per conto mio,  e basta,  e non
     voglio conoscere  nessuno,  e  nella  mia  innocenza  disprezzo  i
     nemici.  Non  sono  un  intrigante e di questo ne vado orgoglioso.
     Sono onesto, retto, pulito, cortese e mitissimo di animo..."
     Di colpo Goljadkin si fermò e cominciò a tremare come una foglia e
     per un momento chiuse perfino gli occhi. Nella speranza, però, che
     l'oggetto della sua paura fosse una semplice illusione,  li riaprì
     infine  e  timidamente lanciò una rapida occhiata alla sua destra.
     No,  non era un'illusione!  A fianco  a  lui  sgambettava  il  suo
     conoscente del mattino,  sorrideva, lo guardava in viso e sembrava
     in attesa dell'occasione buona per attaccare discorso. Il discorso
     però non veniva.  Percorsero entrambi,  così,  una cinquantina  di
     passi.  Tutti gli sforzi di Goljadkin erano rivolti a intabarrarsi
     il  più  possibile,  nascondendosi  nel  pastrano  e  calzando  il
     cappello  sugli  occhi,  fino  al massimo possibile.  Per colmo di
     offesa,  il  pastrano  e  il  cappello  dell'amico  erano  proprio
     identici ai suoi, come se fossero stati tolti di dosso a Goljadkin
     in quel preciso istante.
     "Egregio  signore"  disse  finalmente il nostro eroe,  facendo uno
     sforzo per parlare a voce bassa e senza guardare il suo amico, "mi
     pare che noi andiamo per strade  diverse...  ne  sono  addirittura
     sicuro"  disse,  dopo  una pausa.  "Infine sono certo che mi avete
     compreso perfettamente..." aggiunse con  voce  abbastanza  severa,
     come conclusione.
     "Io  vorrei" disse finalmente l'amico di Goliadkin,  "io vorrei...
     voi certamente mi scuserete,  generosamente...  io non  so  a  chi
     rivolgermi qui... le mie circostanze... io spero che voi scuserete
     la  mia  audacia...   ho  avuto  persino  l'impressione  che  voi,
     stamattina,  spinto dalla compassione,  aveste un po'  d'interesse
     per  me.   Da  parte  mia,   ho  sentito  fin  dal  primo  sguardo
     un'attrazione  verso  di  voi,   io..."  E  qui  Goljadkin  augurò
     mentalmente al nuovo collega di sparire sotto terra.
     "Se   osassi  sperare  che  voi,   Jakòv  Petrovic',   mi  voleste
     benignamente ascoltare..."
     "Ma noi...  noi qui...  noi..  sarebbe meglio andare a  casa  mia"
     rispose  il nostro Goljadkin,  "noi ora passeremo dall'altra parte
     del Nevskij,  là ci troveremo più comodi e poi per il vicolo...  è
     meglio che prendiamo per il vicolo."
     "Bene, signore. Prendiamo pure per il vicolo" disse timidamente il
     dolce  compagno di strada di Goljadkin,  come se,  rispondendo con
     quel tono,  volesse far capire che  lui,  manco  a  pensarlo!  non
     poteva  fare  delle  difflcoltà e che,  nella condizione in cui si
     trovava, era prontissimo a accontentarsi di un vicolo. Per ciò che
     riguarda Goljadkin,  non capiva assolutamente quello che gli stava
     capitando.  Non  credeva  a  se stesso.  Non si era ancora ripreso
     dallo sbalordimento.


     NOTE DEI TRADUTTORI.

     NOTA 1: Verso di Ivan Krylòv (1768-1864),  famosissimo  autore  di
     favole.





     7.

     Si  riprese  un po' quando si trovò sulla scala,  nell'entrare nel
     suo  appartamento.   "Ah,   che  testa  di  montone!"  si  insultò
     mentalmente,  "dove diavolo lo porto? Vado a impiccarmi da solo...
     Cosa penserà mai Petruska nel vederci insieme?  Che cosa avrà  ora
     l'audacia  di  gabolare,   quel  mascalzone?   e  lui  è  un  tipo
     sospettoso..." Ma ormai era troppo tardi per  pentirsi;  Goljadkin
     bussò,  la  porta si aprì e subito Petruska cominciò a togliere il
     cappotto all'ospite e al padrone.  Goljadkin diede un'occhiata  di
     sbieco a Petruska, gli lanciò appena uno sguardo rapido, cercando,
     attraverso  l'espressione del viso,  di scoprirne i pensieri.  Ma,
     con suo enorme stupore, vide che il suo domestico era mille miglia
     lontano dal mostrarsi meravigliato: sembrava  addirittura  che  si
     aspettasse  qualcosa  di  simile.  Naturalmente  ora  guardava  in
     cagnesco,  di traverso e sembrava pronto a divorare  chi  sa  chi.
     "Sta  a vedere che qualcuno oggi li ha stregati tutti!" pensava il
     nostro eroe,  "che qualche demonio  abbia  fatto  il  giro?  Senza
     dubbio  oggi c'è in tutti qualcosa di particolare.  Che il diavolo
     mi porti, è un bel tormento!"
     Ecco che,  continuando a rimuginare in tal modo,  Goljadkin  portò
     l'ospite  nella  sua  stanza  e lo pregò umilmente di accomodarsi.
     L'ospite, era chiaro, era in grandissimo imbarazzo e,  intimidito,
     seguiva  umilmente  tutti  i  movimenti  del  padrone di casa,  si
     attaccava  a  ogni  suo  sguardo  e  sembrava  che   cercasse   di
     indovinarne  i  pensieri.  In tutti i suoi gesti c'era qualcosa di
     avvilito, di abbattuto, di spaventato, tanto che,  se potrà valere
     il  paragone,  assomigliava  in  quel  momento a un uomo che,  non
     avendo un abito suo, indossasse quello di un altro: le maniche gli
     salgono in alto, la vita arriva quasi alla nuca e lui,  ora non fa
     che aggiustarsisi il panciotto troppo corto, ora dà di fianco e si
     sposta  da una parte,  ora studia il momento giusto per rintanarsi
     in qualche angoletto,  ora  fissa  gli  occhi  su  tutti  e  tende
     l'orecchio  se  mai qualcuno non accenni alla sua condizione,  non
     rida alle sue spalle e non si vergogni di lui...  e quest'uomo  si
     sente  avvampare,  quest'uomo  si smarrisce,  e il suo orgoglio ne
     soffre...  Goljadkin posò  il  cappello  sulla  finestra;  per  un
     movimento  brusco  il  cappello  cadde sul pavimento.  L'ospite si
     precipitò a raccoglierlo,  lo ripulì dalla polvere,  lo rimise con
     attenzione  al  posto  di  prima  e  il suo lo posò sul pavimento,
     vicino alla sedia,  sul cui bordo lui stesso  si  era  timidamente
     messo a sedere. Questa circostanza, apparentemente insignificante,
     aprì  in  parte gli occhi a Goljadkin;  comprese che c'era un gran
     bisogno di lui e perciò non indugiò più a lambiccarsi il  cervello
     sul  modo di attaccare discorso col suo visitatore,  lasciando che
     lui stesso, come si conveniva, si prendesse questa briga. L'ospite
     però, da parte sua, non cominciava nemmeno lui,  sia per timidezza
     sia per un leggero senso di vergogna,  sia perché, per educazione,
     aspettava l'iniziativa  del  padrone  di  casa.  Chi  lo  sa?  era
     difflcile capirci qualcosa.  In questo momento entrò Petruska,  si
     fermò sulla soglia e fissò lo sguardo  sulla  parte  perfettamente
     opposta a quella in cui si trovavano l'ospite e il suo padrone.
     "Mi   ordinate   di   prendere  il  pranzo  per  due?"  disse  con
     indifferenza e con voce leggermente rauca.
     "Io... io non so... voi... Sì, caro, sì, prendine per due."
     Petruska uscì. Goljadkin guardò l'ospite. Era diventato rosso fino
     alle orecchie.  Goljadkin era un brav'uomo  e  perciò,  per  bontà
     d'animo, improvvisò subito una teoria:
     "Poveraccio" pensava,  "ha il posto solo da un giorno; a suo tempo
     avrà certamente  sofferto:  forse,  l'unica  sua  proprietà  è  un
     vestituccio decente,  e non avrà di che mangiare. Ma guarda un po'
     com'è abbattuto! No,  non fa niente;  da un certo punto,  anzi,  è
     meglio..."
     "Scusatemi,   se  io..."  cominciò  Goljadkin  "ma,  a  proposito,
     permettete che vi chieda come vi devo chiamare..."
     "Io...  Io...  Jakòv Petrovic'"  mormorò  appena  percettibilmente
     l'ospite, come mortificato e quasi vergognandosi e chiedendo scusa
     di chiamarsi anche lui Jakòv Petrovic'.
     "Jakòv  Petrovic'!" ripeté il nostro eroe,  incapace di nascondere
     il suo turbamento.     "Sì,  signore,  proprio così...  Sono un vostro  
omonimo"  rispose
     pieno di umiltà il visitatore, osando sorridere e dire qualcosa in
     tono scherzoso. Ma subito si ammosciò e assunse un aspetto serio e
     un  po'  anche  turbato,  essendosi accorto che il padrone di casa
     aveva proprio altro per la testa che gli scherzi.
     "Voi... permettetemi che vi chieda per quale motivo ho l'onore..."
     "Conoscendo  la  vostra  magnanimità  e  le  vostre   virtù,"   lo
     interruppe l'ospite rapidamente,  ma in tono timido,  alzandosi un
     po' dalla sedia "ho  osato  rivolgermi  a  voi  e  sollecitare  la
     vostra...  conoscenza  e  la vostra protezione" concluse l'ospite,
     evidentemente  faticando  a  trovare  le  espressioni,  scegliendo
     parole non troppo servili e adulatrici, per non compromettersi dal
     punto  di vista dell'amor proprio,  ma nemmeno troppo audaci,  che
     avrebbero richiamato  al  pensiero  una  sconveniente  parità.  In
     genere  bisogna  dire che l'ospite di Goljadkin si comportava come
     un accattone di buona famiglia, in un frac tutto rammendi e con un
     passaporto  in  tasca  intestato   a   un   nobile,   non   ancora
     familiarizzatosi col modo di tendere la mano come si conviene.
     "Voi mi sconcertate" rispose Goljadkin,  guardando se stesso, e le
     pareti, e l'ospite; "in che cosa potrei io...  cioè,  voglio dire,
     sotto  quale  punto  di  vista  posso esattamente esservi utile in
     qualche cosa?"
     "Io,  Jakòv Petrovic',  mi sono sentito attratto da  voi  fin  dal
     primo sguardo e,  siate generoso e perdonatemi,  ho riposto in voi
     le mie speranze, ho osato sperare, Jakòv Petrovic'. Io...  io sono
     qui un uomo sperduto,  Jakòv Petrovic',  sono povero,  ho sofferto
     molto, Jakòv Petrovic', e qui sono ancora nuovo. Avendo saputo che
     voi,  oltre le comuni,  innate virtù della  vostra  anima  eletta,
     avete anche il mio cognome..."
     Goljadkin aggrottò il viso.
     "...  il mio cognome e siamo nativi delle stesse parti,  ho deciso
     di rivolgermi a voi e di esporvi la difficile condizione in cui mi
     trovo."
     "Bene,  bene...  Veramente non so proprio che cosa dirvi"  rispose
     con voce turbata Goljadkin; "ecco, dopo pranzo, ne parleremo..."
     L'ospite  fece  un  inchino;   fu  portato  il  pranzo.   Petruska
     apparecchiò  tavola  e  l'ospite  e  il  padrone  si  accinsero  a
     sfamarsi.  Il  pranzo  non  durò  molto perché tutti e due avevano
     fretta.  Il padrone perché non si sentiva a suo agio e  perché  si
     vergognava  di  quel pranzo così cattivo;  in parte perché avrebbe
     voluto far mangiare bene l'ospite,  e in parte perché gli  sarebbe
     piaciuto  mostrare  che  non viveva da poveraccio.  Dal canto suo,
     l'ospite era molto turbato e confuso al massimo.  Dopo aver  preso
     una  volta  il  pane  e  aver mangiato la sua fetta,  non aveva il
     coraggio  di  allungare  la  mano  verso  una  seconda  fetta,  si
     tratteneva   dal   prendere   i   bocconi  migliori  e  assicurava
     continuamente  di  non  avere  fame,   che  il  pranzo  era  stato
     eccellente  e  che,  per  conto  suo,  era  soddisfattissimo e non
     l'avrebbe dimenticato fino alla morte.  Quando  ebbero  finito  di
     mangiare, Goljadkin accese la pipa, e ne offrì all'ospite un'altra
     che  teneva  da  parte  per  gli amici;  si misero a sedere uno di
     fronte  all'altro  e  l'ospite  cominciò  a  raccontare   le   sue
     avventure.
     Il  racconto  del  signor  Goljadkin numero due continuò per tre o
     quattro ore.  La sua storia,  del resto,  era costituita dalle più
     banali e squallide,  se così si può dire, circostanze. Si trattava
     di un impiego in  un  ufficio  del  distretto,  di  non  so  quali
     procuratori e presidenti,  di certi intrighi di cancelleria, della
     dissolutezza di  uno  dei  capufficio,  di  un  ispettore,  di  un
     improvviso  cambiamento  dei  superiori,  del  fatto che il signor
     Goljadkin  numero  due  aveva  sofferto,  pur  essendo  del  tutto
     innocente;  di  una vecchissima zia Pelagheja Semjònovna;  di come
     lui,  per le varie manovre di certi suoi nemici,  avesse perso  il
     posto e fosse venuto a piedi a Pietroburgo; e come avesse stentato
     e  sofferto  lì  a  Pietroburgo,   come  avesse  a  lungo  cercato
     inutilmente un posto e avesse speso tutto, fosse vissuto quasi per
     la strada,  mangiando pane secco e dissetandosi con le sue proprie
     lacrime e dormendo sul nudo pavimento,  e, infine, di come qualche
     anima  pietosa  avesse  preso  a  darsi  da  fare   per   lui,   a
     raccomandarlo  di  qua  e di là e gli avesse generosamente trovato
     quel  nuovo  impiego.   L'ospite  del  signor  Goljadkin,   mentre
     raccontava,  piangeva  e si asciugava le lacrime con un fazzoletto
     azzurro  a  quadri,  molto  simile  a  un'incerata.  Concluse  poi
     dich